domenica 12 aprile 2015

"Z Nation" vs "The Walking Dead": non c'è partita

The Walking Dead:
"Sigh, sob, il mondo è finito, c'è stata un'apocalisse e le città sono piene di zombie che si muovono lentissimi e a me in fondo dispiace ammazzarli, io sono un poliziotto dal cuore tenero e c'ho pure un bambino cui devo badare. Formiamo un gruppo per non sentirci soli, iniziamo una specie di telenovela sull'intreccio dei rapporti tra i personaggi e ogni tanto ammazziamo qualche zombie. Vagando attraverso gli Stati Uniti alla fine giungeremo in un luogo misterioso dove scopriremo un GOMBLOTTO che getterà nuova luce su questi avvenimenti nefasti e ci porterà più lontano, dandoci la possibilità di riflettere su noi stessi e su ciò che proviamo neanche fossimo in un film di Ozpetek. Scusateci se vi annoierete. Il nostro scopo è disquisire sulla natura umana quando le leggi della società vengono meno e l'uomo si ritrova davanti all'atavico bivio che da una parte conduce all'abbandonarsi agli istinti più bestiali e dall'altra alla dolorosa conservazione di quei principi morali che lo differenziano dalle specie inferiori.
Come dite? Ho uno zombie attaccato alla gamba che mi sta masticando il polpaccio? Oh, deve essere così affamato, poverino, sigh, sob..."


Z Nation:
"Porca puttana, il mondo è finito, c'è stata un'apocalisse e le città sono piene di zombie che si muovono come centometristi impasticcati di speed e io in fondo godo ad ammazzarli, io sono un ex sergente della Guardia Nazionale e ho un martello con cui sfondo i crani di questi cadaveri ambulanti come fossero gusci d'uovo. Formiamo un gruppo con lo scopo di sopravvivere, mettiamoci dentro tre tettone di etnie diverse, un dottore hippie appassionato di droghe, un ragazzino con una mira infallibile e un belloccio biondino e facciamoci un coast-to-coast negli USA per accompagnare in California un ex-galeotto nel cui DNA risiede l'unica speranza della razza umana. Viaggiando attraverso gli Stati Uniti con l'unico aiuto di un nerd intrappolato in una base polare che comunica con noi per mezzo di sistemi satellitari massacreremo caterve di zombie usando mazze chiodate, fionde, motoseghe, frullatori, bombe a mano e chi più ne ha più ne metta, e alla fine incontreremo un supercattivo pazzo come una scimmia schizofrenica. 
Scusateci per la violenza, ma questa è l'apocalisse e dobbiamo sopravvivere.
Come dite? Uno zombie si avvicina? Datemi un attimo... BANG! Ecco fatto. Oh, cazzo, non era uno zombie..."


Okay, non era difficile fare meglio di The Walking Dead, quindi non ci spelleremo le mani ad applaudire Z Nation. Più che altro interessa forse capire perché questa serie TV uscita da poco e arrivata alla fine della prima stagione ha funzionato. Ha funzionato perché Z Nation è quello che una serie sugli zombie dovrebbe essere, e perché segue con fedeltà la lezione romeriana marchiata a fuoco sin dal lontano 1978 con L'alba dei morti viventi.

Creato da Karl Schaefer e Craig Engler e trasmesso dalla Syfy, Z Nation si basa su una premessa semplice ma interessante, un'idea che da sola è in grado di giustificare la trama: Murphy (interpretato da Keith Allan), un galeotto su cui una dottoressa ha testato un vaccino sperimentale anti-zombie, è l'unico essere umano sopravvissuto ai morsi dei morti viventi senza restarne infettato. Nel suo sangue risiede il vaccino, e quindi è l'uomo più importante del mondo, tanto che un gruppo di uomini e donne rischierà tutto per farlo arrivare in un laboratorio in California. 

La trama è tutta qui. Il resto sono puntate strutturate come livelli di un videogame, in cui i protagonisti devono falcidiare orde di zombie usando le armi più disparate. L'intreccio è se vogliamo stupidotto, ma l'adrenalina è sempre alta, l'azione è veloce e ci sono ettolitri di sangue, quintali di budella esposte e tonnellate di cervelli che schizzano ovunque. Allan è l'unico attore degno di nota del cast insieme forse a Russell Hodgkinson che interpreta Doc, per il resto siamo su un livello di recitazione mediocre ma sapete una cosa? Chi se ne frega. Tra battutacce, zombie ridicolizzati in perfetto stile romeriano, attrici poco vestite e violenza a go-go Zombie Nation rappresenta un intrattenimento perfetto, la classica serie da guardare per riposare il cervello dopo una dura giornata di lavoro. I creatori lasciano ad altri il compito di addentrarsi in tematiche profonde e riflessioni esistenziali, preferendo concentrarsi sull'azione e sull'umorismo. E non ci sono limiti alla violenza, non c'è quel "politically correct" che dava tanto fastidio in The Walking Dead. Se apocalisse deve essere, che apocalisse sia, e allora via con neonati zombie massacrati a martellate, biker assassini, comunità di cannibali, zombie mangiataori di viagra che se ne vanno in giro a uccello duro e chi più ne ha più ne metta. Okay, non è Sherlock e non è nemmeno True Detective, ma credo che ormai ci foste arrivati, no?


"Nice shot, kid!"

Insomma, Z Nation si fa preferire a The Walking Dead perché non pretende. Z Nation è grossolano, dozzinale, sboccato, truculento, fracassone, demenziale, insomma tutto quel che una serie TV sugli zombie dovrebbe essere, perché mica vogliamo davvero essere seri quando parliamo di morti viventi?
Serie consigliata a patto che non vi aspettiate un capolavoro, e il vostro obbiettivo sia solo farvi quattro risate insieme a un pugno di personaggi che, inevitabilmente, finiranno per starvi simpatici.

See you.
And aim for the head!

lunedì 6 aprile 2015

"Il cuore nero di Paris Trout" di Pete Dexter

Se seguite questo blog ricorderete forse che avevo già parlato di Pete Dexter in questo post dedicato ai romanzi di gangsters, dove Dexter veniva citato per il suo bel "Così si muore a God's Pocket". Era, quello, un romanzo dal taglio umoristico in cui si rideva amaro, una dissertazione sull'animo umano e sulla società americana che assumeva toni a volte leggeri e altre molto profondi, in cui il comico e il tragico andavano perfettamente a braccetto ricreando uno spaccato della provincia a stelle e strisce in cui si muovevano personaggi perfettamente caratterizzati. Avevo espresso la volontà di leggere di più di Dexter, e infatti mi son comprato un altro suo romanzo, "Il cuore nero di Paris Trout".



Cotton Point, Georgia. Neri e bianchi convivono gomito a gomito in uno spazio che sembra troppo piccolo per le differenze e le diffidenze che esistono tra loro, povertà e benessere sono alla portata di una svolta d'angolo e i diritti non sono uguali per tutti. Paris Trout è un quasi sessantenne con una madre in ospizio e un negozio che usa anche come ufficio per prestare denaro. Lo gestisce insieme alla moglie Hanna, che per sposarlo ha rinunciato ai sogni di una carriera come insegnante, salvo poi pentirsene quando ha scoperto chi era davvero suo marito. 
Sì, perché Paris Trout è cattivo. Più che cattivo. Paris Trout è ossessionato, disturbato, a tratti inumano. Paris Trout è un uomo che vive secondo dei principi che sono solo suoi, e si attiene ad essi anche se il resto del mondo non li riconosce. Paris Trout presta denaro indifferentemente a bianchi e neri, non fa discriminazioni in questo. Pretende solo una cosa: di essere pagato. 

Ma un giorno accade qualcosa. Uno dei ragazzi di colore cui ha prestato soldi non può pagare, così Trout si reca a casa sua per riscuotere e commette qualcosa per cui l'intera città inizierà a temerlo, riconoscendolo per il mostro che avevano sempre sospettato che fosse. Da qui in poi la sua anima precipita all'inferno e la sua mente cessa di essere lucida, e Paris Trout inizia la sua guerra personale contro i tribunali, contro la moglie, contro l'intera nazione degli Stati Uniti. Nessuno riuscirà a farlo ragionare, e chi si metterà sulla sua strada avrà l'occasione, guardando nei suoi occhi, di assaporare il più oscuro e raccapricciante segreto che attanaglia alcuni esseri umani. Finirà male per Cotton Point, malissimo. Paris Trout lascerà nella cittadina un segno indelebile, rovinando, come un morbo che contagia tutti gli organismi che incontra, le vite di coloro che avranno la sfortuna di gravitare nella sua orbita. 

Fenomenale romanzo che sbugiarda il Sogno Americano e indaga le radici del razzismo insito nell'animo di una popolazione che, a livello inconscio, non ha forse mai fatto i conti con se stessa e con le sue origini. "Il cuore Nero di Paris Trout" raggiunge cime di tensione drammatica e di profondità contenutistica raramente riscontrate altrove, arrischiandosi a indagare i territori insondabili della pazzia e dell'ossessione tramite la vita di Paris Trout, un uomo che vive come se fosse il solo essere umano in un mondo popolato di formiche. Paranoico, avaro, pieno di pistole e fucili con cui difende il suo patrimonio, diffidente nei confronti del fisco e del governo, razzista ma disposto a fare affari con tutti, Paris Trout è l'icona di un tipo d'americano duro a morire, l'uomo che si è fatto da solo e che non accetta che nessuno, né la legge né il prossimo, gli mettano i bastoni tra le ruote. 

Paris Trout non ama sua moglie e non ha amici, ha dei principi che sono chiari solo a lui e non capisce come gira il mondo. Ha anche una determinazione incrollabile, e non esita a infrangere la legge per salvarsi dalla galera quando le cose per lui si mettono male. Ma quello che succede all'inizio della storia, anche se non lo ammetterà mai, lo segnerà in maniera indelebile. Impazzisce pian piano, Trout, come il Mazzarò verghiano di "La roba". "La roba", "la roba", sempre "la roba". Proprio come Mazzarò, Paris Trout accumula beni e ricchezze senza uno scopo preciso, per il solo gusto di possedere, perché altro non sa fare. Ma "la roba", come ci ha già mostrato Verga, non "se ne viene con te" quando muori. "La roba" è solo roba. Anche se per essa uomini come Paris Trout sono disposti a uccidere. 

Paris Trout non lascia nessuno di quelli che incontra indenne. Distrugge vite e ne contamina altre, ossessiona come un incubo la mente di sua moglie Hanna, degli avvocati Seagraves e Bonner, dello sceriffo della città. Paris Trout è lo specchio che mostra ciò che non vuoi vedere, quegli aspetti di te che ti sei sempre sforzato di nascondere e che detesti, che ti sei illuso non esistessero. Alla fine andrà via, non senza rumore e non prima che il sangue sia stato sparso, ma lascerà una cicatrice profonda su Cotton Point. E forse, per sempre, ci si chiederà se in fondo non siamo tutti un po' come lui, come dichiarato sul Washington Post in proposito di questo romanzo il cui successo sta "nel ricordare a tutti noi - con assoluta lucidità e pungente franchezza - fino a che punto siamo capaci di negare il razzismo che portiamo nell'anima per convincerci che siamo innocenti".

Stile duro e senza fronzoli, ritmo serrato, approfondimenti psicologici e sociali sempre a fuoco, questo romanzo proietta Dexter nell'olimpo dei grandi scrittori americani contemporanei. Il libro è stato premiato con il National Book Award ed è ritenuto al momento il capolavoro di Dexter, ed è una lettura assolutamente consigliata per chi vuole indagare sulle zone d'ombra non solo della cultura americana, ma dell'animo umano in generale, su quelle aberrazioni dell'esistenza e della coscienza che generano mostri che a prima vista sembrano cittadini rispettabili, e che per questo fanno più paura di licantropi, zombie e vampiri.  

lunedì 23 marzo 2015

Peaky Blinders - La storia vera, la leggenda, la serie TV

Così è arrivata la primavera, io sono sopravvissuto a San Patrizio e la vitaccia, più o meno, è sempre la solita. Con l'arrivo della primavera le giornate si sono allungate e si son fatte più calde, il sole splende e le ragazze vanno in giro già seminude, il che è inconfutabilmente la prova più lampante che abbiamo dell'esistenza di un Dio benevolo. 

Il posto dove lavoro si chiama Ballycoolin Business Park, ed è circondato da un parco verde. Ci sono centinaia e centinaia di bellissimi conigli, ciccioni e teneri, che passano la giornata a mangiucchiare l'erba, rincorrersi e scavare tane. Siccome sono conigli si accoppiano un sacco di volte all'anno, così di tanto in tanto nascono nuove cucciolate di piccoli che sono ancora più supermorbidi dei genitori, minuscoli ammassi di pelo che ti guardano con quegli occhioni innocenti e ruminano con dei musetti che ti fanno venir voglia di prenderli e strapazzarli di baci.
Mentre lavoro guardo i conigli nel prato fuori dalla finestra e mi sembra che il mondo sia un posto bello, che ogni cosa abbia una sua logica e tutto sia stato creato con uno scopo ben preciso, perfino io.
Ma questa scena bucolica dei conigli che mangiano, giocano e scopano felici è spesso interrotta da un avvenimento di una violenza inaudita: all'improvviso, dal nulla, arrivano di gran carriera dei cani randagi e iniziano a dare la caccia ai piccoli e indifesi animaletti. Questi cani rognosi sono affamati e inferociti da una vita passata in strada, cacciano in branco come lupi, con una strategia precisa, sono organizzati. Un attimo prima nel parco c'è una pace da paradiso terrestre, un istante dopo si scatena l'inferno. I cani braccano i conigli, li intrappolano nei cespugli, li sbranano e li fanno a pezzi. I piccoli fuggono terrorizzati, le madri sono combattute tra l'istinto di conservazione e quello genitoriale, non sanno se mettersi al riparo o proteggere i cuccioli. I cani non mollano fino a quando non hanno preso qualche preda; chiudono ogni via d'uscita, si chiamano e coprono ogni spazio di terreno come uno squadrone della morte in un raid notturno nelle Favelas. I conigli sono stati creati da un Dio benevolo ma un po' smemorato che si è dimenticato di fornire loro la benché minima arma di difesa. E allora scappano più veloce che possono e attraversano la strada che taglia in due il parco,  finendo maciullati sotto le auto e i bus che passano di lì. Oppure si paralizzano per la paura e vengono mangiati, a qualcuno scoppia il cuore per il terrore e lo sforzo della corsa. Noi guardiamo queste scene dalla finestra, e c'è sempre qualcuno che commenta. C'è chi si copre gli occhi e chi guarda con un morboso interesse, chi incita i conigli alla fuga e chi invece parteggia per i cani sostenendo la teoria darwiniana della sopravvivenza del più adatto.
"Fuck, di nuovo i cani!"
"No, poveri coniglietti!"
"Andiamo ad aiutarli, prendiamo pietre e bastoni!"
"Ci licenziano se usciamo."
"Andrei io, ma ho la pausa pranzo."
"Perché nessuno fa nulla? Dov'è la security?"
"Ragazzi, ma non scassate il cazzo, è la natura che fa il suo corso."

Quest'ultima frase, pronunciata spesso dai più nichilisti del gruppo, è vera. I cani non sono cattivi, fanno solo quello che è nella loro natura. Devono nutrirsi, sanno che lì ci sono i conigli e vanno ad ammazzarli. Non c'è malvagità nel mondo animale, le più efferate scene come questa sono totalmente giustificate perché mosse solo dall'istinto naturale. Non c'è odio, non c'è vendetta, non c'è gratuita violenza. I cani di Ballycoolin non sono esseri umani. Uccidono perché devono sopravvivere, e quindi non si può incolparli.

L'essere umano, invece, uccide per un sacco di motivi. Uno di questi è la sete di potere, l'ambizione, la volontà di prevaricare i suoi simili. Questa storia è ben raccontata in Peaky Blinders, una serie TV britannica uscita finora in due stagioni da sei episodi l'una che sono stati trasmessi da BBC Two.




 La serie è ambientata a Birmingham alla fine della prima guerra mondiale e segue le vicende della gang dei Peaky Blinders, realmente esistita. Il nome della banda deriva, stando alla leggenda, dalla peculiare arma che adoperavano nelle risse da strada: pare infatti che usassero cucire delle lame di rasoio nelle visiere ("peaks" in inglese") dei loro cappelli, e che utilizzassero appunto i copricapi come un'arma per sfregiare, accecare e uccidere. Non si sa se sia vero oppure no, di certo invece c'è che la gang aveva uno stile d'abbigliamento assolutamente peculiare: i membri erano immediatamente riconoscibili per il fatto di indossare berretti, cravatte, soprabiti lunghi e bantaloni stretti, un vestiario sicuramente elegante che non passava inosservato. Anche le loro donne amavano vestire bene, adornandosi con perle e merletti. Il termine "Peaky Blinders", a quanto pare, divenne così famoso da passare dall'indeficazione una specifica gang a tutte quelle che in quel periodo infestavano Birmingham. 

 Nella foto: i veri Peaky Blinders

La serie inizia con i tre fratelly Shelby che ritornano in Inghilterra dopo aver combattuto la guerra. Tommy (Cillian Murphy), Arthur (Paul Anderson) e il giovane John (Joe Cole), vogliono rimettere insieme la gang e impadronirsi del racket delle corse di cavalli a Birmingham. In una città cupa, crepuscolare, pericolosissima, scossa da tumulti anarchici e comunisti, aiutati dalla risoluta zia Polly (una bravissima e intensissima Helen McCrory), i tre innescheranno una spirale di violenza che li porterà a scontrarsi con le altre gang che lottano per lo stesso obbiettivo, finendo inevitabilmente con il fronteggiare organizzazioni più grosse e potenti di loro, prima tra tutte l'I.R,A. Nella seconda stagione faranno il passo più lungo della gamba, spinti da una sete di potere che li inebria come un liquore cattivo, e la guerra per la supremazia raggiungerà vette di brutalità senza pari, degenerando in un fiume di sangue da cui nessuno potrà salvarsi.

I personaggi di questa serie sono molto ben caratterizzati. Tommy è il deus ex machina, il protagonista, la mente che muove tutto. Intelligente, freddo, divorato da un'ambizione senza fine, ricorda per molti aspetti l'Enoch Thompson di Boardwalk Empire. Però Tommy non è un senatore, è nato nei sobborghi lerci di Birmingham e invece di avere scagnozzi che gli fanno il lavoro sporco se la sbriga in prima persona, rischiando la pelle in ogni occasione. I suoi sentimenti sono morti, Tommy vive per questo sogno di dominare Birmingham e diventare il re della strada, tutti lo temono ma pochi lo amano, e quelli che sono amati da lui sono anche di meno. Le cose cambieranno quando incontrerà una donna che manderà in pezzi le sue sicurezze. Sarà in quel momento che il duello tra lui e l'ispettore Campbell (Sam Neill) si sposterà da un piano meramente "professionale" (criminale contro poliziotto) a quello personale di rivali in amore. 

Sam Neill, dicevo. Grandissimo attore, grandissimo il personaggio che interpreta. Campbell è un uomo patetico, viscido, che nasconde tutte le sue insicurezze e le sue frustrazioni dietro la facciata di uomo di legge esemplare. E' un cattivo di quelli veri, con molte sfumature, tratteggiato davvero alla grande e capace di una comicità involontaria che strapperà molte risate. La guerra personale che ingaggia con Tommy può finire solo con la morte di uno dei due. La brama di prevaricare, la malvagità, l'odio che li avvelena è uno degli aspetti più spaventosi della natura umana. Altro che i cani di Ballycoolin.

Arthur, dal canto suo, è pazzo. Gli orrori visti in guerra lo hanno trasformato in un animale capace di comunicare ciò che sente solo attraverso la violenza, uccidere è ormai l'unica cosa che sa fare e per tenere a bada i suoi demoni spegne decine di vite. Ma non è cattivo. E' solo disturbato. Arthur Shelby è la prova di quanto la guerra possa far male a chi vi sopravvive, trasformando un essere umano in un mostro che si porta dietro i suoi fantasmi con la consapevolezza di doverci convivere per sempre. Arthur è la perfetta controparte di Tommy. Laddove l'uno è bestiale, istintivo, esagerato in ogni cosa, l'altro è calcolatore, gelido, misurato. Il loro rapporto è ben sviluppato nella serie, finendo con l'essere un altro dei molti punti di forza dello show. 

Un plauso alle musiche e alla regia, anche: la colonna sonora rock dona alle risse e agli ammazzamenti un gusto davvero particolare, mentre la camera compie ogni tanto evoluzioni che ci presentano la scena in una versione moderna da "videoclip" che onestamente ho molto gradito. La regia e le musiche lasciano dunque la loro impronta conferendo un valore aggiunto alla sceneggiatura, il che è un bene perché c'è sempre da esser contenti quando chi sta dietro a una produzione non si limita a fare il minimo sindacale. 

Consigliato. Molto. Peaky Blinders è un'epopea britannica di inizio '900 che soddisferà gli amanti di Gangs of New York e Boardwalk Empire, una serie tecnicamente valida e ben pensata, con ottimi attori. 

Credo sia tutto per oggi. 
E ora scusatemi, ma devo vestirmi, prendere la mazza da baseball e uscire. Ho promesso a Papà Coniglio che l'avrei aiutato a difendere la sua famiglia dai cani. 
Ci sarà del sangue, oggi, sull'erba di Ballycoolin.


giovedì 12 marzo 2015

"Blindness" di José Saramago

Ci sono delle cose in ballo, ed è un bene. Cose in ballo nella mia vita che si svolge nel mondo fuori, coinvolgendo gli altri esseri umani, e in quella che continua nella mia testa, le solitarie speculazioni e battaglie contro i mulini a vento e sogni e seghe mentali che danno all'esistenza un motivo per essere portata avanti. Ne parlerò forse più in là, per ora voglio solo dire che va bene così. Mi ero posto degli obbiettivi, pian piano alcuni sono in via di raggiungimento, altri sono solo in embrione ma con il tempo potrebbero realizzarsi, io non ho fretta. La fretta non è mai una buona amica, bisogna fare le cose un passo alla volta. 





Una delle cose di cui sono contento è che sono tornato a leggere parecchio. Leggo libri horror e libri thriller, libri brutti e libri fantstici, libri che nessuno conosce e libri che sono dei classici senza tempo che ognuno, nella sua vita, dovrebbe leggere per provare emozioni, riflettere, arricchirsi un po' dentro perché sono dei piccoli tesori. Uno dei libri appartenenti a quest'ultima categoria è Blindness (Cecità nella versione italiana), del premio Nobel José Saramago. Saramago risulta subito simpatico per il fatto di non aver peli sulla lingua; dall'alto di una cultura sopra la media e di un'esperienza consolidata nello studiare i fenomeni dell'esistenza umana non ha remore nell'emettere duri giudizi sul mondo contemporaneo e non gliene frega nulla di restare in una posizione neutra, piuttosto dice quello che pensa. Ecco un estratto di una sua intervista rilasciata nel 2009 a El Pais, intitolata "La cosa Berlusconi":

"Non vedo come al­tri­menti la po­trei chia­mare. Una cosa pe­ri­co­losa, una cosa che or­ga­nizza fe­ste e orge. Que­sta cosa, que­sta ma­lat­tia, que­sto vi­rus mi­nac­cia di co­sti­tuirsi come la morte mo­rale del paese di Verdi se un ri­gur­gito pro­fondo non verrà dalla co­scienza de­gli Ita­liani prima che il ve­leno non cor­rompa le vene e non atro­fizzi il cuore di uno dei paesi eu­ro­pei più ric­chi di cultura."

 Mitico, José! Purtroppo sono passati sei anni e siamo messi peggio di prima...

Blindness è forse il romanzo più celebre di Saramago, ed è un romanzo che va letto. La trama, semplice quanto funzionale all'intento dell'autore, è questa: un giorno, senza alcuna ragione apparente, l'umanità diventa cieca. Si tratta di una cecità strana, totalmente bianca, che si stende davanti alle palpebre di chi ne è colpito come un'alba eterna. Il governo non sa assolutamente cosa fare e reagisce nell'unico modo che da sempre conosce: la repressione. I ciechi vengono internati in prigioni e altri luoghi atti alla detenzione mentre l'epidemia si propaga, con il passare del tempo anche gli esponenti delle istituzioni perdono la vista e il mondo precipita nel caos assoluto. La lotta per la sopravvivenza regredisce ai livelli della preistoria e i più elementari principi morali si sciolgono come neve al sole di fronte alle più pressanti necessità del corpo. Il romanzo segue le vicende di un gruppo di ciechi, tra i primi a essere colpiti dal "Male Bianco": c'è il primo uomo a essere divenuto cieco, c'è un vecchio con una benda sull'occhio, c'è un oculista, ci sono una bellissima prostituta e un ragazzino che ha perso la madre. Tutti sono guidati dalla moglie dell'oculista, unica superstite alla cecità, l'unico paio d'occhi ancora funzionanti in tutto il pianeta.


Prima osservazione: lo stile e la forma. Saramago se ne sbatte abbastanza delle convenzioni strutturali in letteratura, utilizzando un dialogo che definire "libero" è ancora poco. Le frasi dei protagonisti non sono segnate da virgolette né separate dagli "a capo", fluiscono nel testo assieme al resto e sono solo delimitate da virgole e lettere maiuscole. Conferiscono ai dialoghi una natura caotica, incalzante, convulsa, come se il parlare dei ciechi fosse diverso da quello di chi ci vede. Come se i ciechi avessero perduto la capacità di riconoscere le pause, le intonazioni, le regole stesse dell'atto comunicativo. Eppure sono dialoghi che possiedono una carica emotiva fortissima, spesso poche parole ci svelano un aspetto fino ad allora sconosciuto di un personaggio, ce lo fanno vedere sotto una luce differente e amare di più. Non ci sono descrizioni fisiche in Blindness: il corpo non ha più alcuna importanza in un mondo di ciechi, ognuno è diventato la propria voce, null'altro. Udito, tatto, gusto e olfatto devono sostituire la vista, il senso forse più immediato e importante nell'esistenza umana. 

La perdita della vista è la perdita della capacità di essere umani. Blindness è la storia della fine della civiltà, raccontata in una città senza nome attraverso le vicende di personaggi senza tratti somatici, identificati non per il loro nome proprio ma solo attraverso aggettivi e sostantivi (Il Primo Cieco, Il Vecchio con la Benda, Il Ragazzino Strabico, La Moglie Dell'Oculista ecc.). Lenta, ineluttabile, tragica, quest'Apocalisse procede spazzando via i corpi e le anime delle persone, conducendole a una morte miserabile, ma non prima di averle private della loro stessa umanità. Nel manicomio dove i protagonisti saranno rinchiusi assistiamo a ogni genere di violenza e atto aberrante: presa coscienza della loro condizione, intrappolati in un luogo presidiato da soldati terrorizzati dal contatto con questa misteriosa malattia che sembra trasmettersi se anche solo un cieco posa su di te gli occhi, i malati si abbandonano ai più bassi istinti. Il concetto di igiene è uno dei primi a cadere, poi vengono quelli della solidarietà e del rispetto, fino ad arrivare inevitabilmente all'indifferenza nei confronti della sacralità stessa della vita. Il cibo, solo questo importa. Per il cibo si uccide, per il cibo si ruba, e chi possiede il cibo può dettare legge, può decidere cosa chiedere in cambio, come un re con i propri sudditi. 

Si tratta di un'escalation di violenza, soprusi e situazioni disgustose al limite del sopportabile, roba mille volte più sconvolgente di qualsiasi romanzo zombie. Gli odori nauseabondi di cessi tappezzati di merda e urina vi condurranno attraverso corridoi in cui giacciono cadaveri dimenticati che marciscono poco a poco, mentre i ciechi si muovono come ragni disorientati lungo il bordo dei muri, nel tentativo di ritrovare la strada per la camerata in cui sono internati. 

La paura regna sovrana: paura di morire di fame, paura di essere uccisi per un tozzo di pane, paura dei soldati di venire contagiati, cui reagiscono sparando a vista a qualsiasi cieco. La paura annichilisce ogni altro sentimento, scatena la violenza, riduce l'uomo a una bestia che per timore d'essere sopraffatta attacca, oppure paralizza i più deboli condannandoli a morte certa. Tutti hanno paura in questo libro, anche quelli che sembrano detenere un qualche potere non sono che una manifestazione differente di un terrore a cui non si può sfuggire, il terrore di chi ha perso la vista e sa che là fuori non c'è più nessuno che possa fare qualcosa, perché tutti, uno dopo l'altro, stanno diventando ciechi. 

In questo inferno i protagonisti sono gli unici a cercare di restare umani. Provano a organizzarsi, seppelliscono i loro morti, razionano il cibo. A guidarli, come fossero bambini o minorati mentali, è la moglie dell'oculista, l'unica in grado di vedere. La moglie dell'oculista è il martire che si immola sull'altare del sacrificio (fisico, morale e spirituale) per permettere agli altri di continuare a vivere, fosse anche solo per un altro giorno. Eroica, non ci sono altre parole. Soffre più di chiunque altro, si abbassa a umiliazioni innominabili, rischia la vita più volte solo perché sente che è giusto, che la sua condizione privilegiata (la sua maledizione) le ha conferito la responsabilità di doversi occupare di suo marito e degli altri. Non cederà, nemmeno quando il gruppo sarà ridotto a un pugno di individui scheletrici, puzzolenti, sporchi e sconfitti nella mente e nel corpo dal prolungato digiuno. Grazie alla sua vista, che più volte si pentirà di aver conservato per lo scherzo crudele di un Dio cui ormai nessuno più crede, sarà testimone della morte degli innocenti e ei colpevoli, delle brutalità più efferate che si possano immaginare, vedrà il sesso passare da rimedio contro la disperazione a mera merce di scambio, per poi tornare a essere espressione di un amore che nonostante tutto, come un filo d'erba nel ghiaccio, continua a esistere. Sarà la moglie dell'oculista a pagare il prezzo più alto, nel libro. Morire dentro, e vivere nonostante tutto per una missione che nessuno le ha affidato, decisa fino all'ultimo a proteggere gente che a stento conosce e che è comunque condannata a morire. 

Blindness vi potrà deludere nel finale se siete di quelli che cercano la spiegazione. Il romanzo segue solo in parte la struttaura classica della fabula (rottura dell'equilibrio/complicazioni/scioglimento), ma vuole essere (ed è) uno sguardo sulla natura umana. La cecità è un espediente utilizzato da Saramago per scandagliare gli aspetti migliori e quelli peggiori del nostro essere più intimo, quelli che vengono a galla solo in situazioni estreme, che ci portano a rivelarci per gli animali che siamo. In questo, Blindness è un capolavoro, un disperato atto d'accusa contro la nostra natura abbietta e un appassionato grido d'amore verso il bene che nonostante tutto siamo in grado di attingere dai più reconditi recessi della nostra coscienza perfino quando ogni speranza si è spenta. Un libro da leggere senza se e senza ma, per riflettere su ciò che siamo e ciò che potremmo essere. Compratelo, divoratelo, conservatelo e poi rileggetolo di nuovo. Il Male Bianco potrebbe colpirvi domani, e allora avreste perso un'opportunità veramente preziosa. 


giovedì 5 marzo 2015

Rectify - Una storia di rinascita

In 'sto periodo non ho tempo. Non ho tempo per scrivere questo blog, scrivere il romanzo horror/trash/storico/mashup/splattergore che ho iniziato, scrivere negli spazi bianchi di un modulo che devo inviare all'ambasciata per dirgli che le mie tasse le pago già in Irlanda e che col cazzo che le pagherò anche in Italia. Ci provano, loro, a tassarti il lavoro all'estero, ché per fare cassa va bene tutto.

Non ho tempo per cucinarmi un pranzo decente, per pulire casa, non ho tempo per trovarmi una ragazza né per comprarmi i vestiti, ho poco tempo per leggere e meno ancora per guardare serie TV. Non ho tempo per un cacchio di niente, eppure trovo il tempo per tutto. Dormendo lo stretto necessario, mangiando il tanto che basta e capitalizzando al massimo i giorni liberi riesco a scavarmi nicchie di prezioso tempo libero per portare avanti le mie passioni e concedermi i piaceri che distinguono il lavorare per vivere dal vivere per lavorare, così che quando me ne vado a letto non sono quasi mai insoddisfatto della giornata trascorsa. Cazzo, se ne avevo di tempo libero in Italia. Però non lo sfruttavo bene come adesso. Non era qualcosa che avesse un valore, perché era troppo. Adesso è diverso. Ed è meglio. Adesso ogni pagina scritta, ogni capitolo letto, ogni puntata guardata e ogni birra bevuta acquistano uno spessore diverso, non è facile spiegarlo ma è così. Bene, questo per dire che non ho tempo. Ma chi ce l'ha? Nessuno. E allora basta, parliamo d'altro.



A voi sociopatici che leggete questo blog oggi voglio consigliare qualcosa di diverso dal solito ammazza/scopa/vai avanti, vi voglio parlare di Rectify. Si tratta della prima serie prodotta dall'americana Sundance TV, creata da Ray McKinnon e trasmessa finora in due stagioni. Una serie statunitense atipica, di sicuro valore, perfetta per un intermezzo “serio” tra la prima stagione di Z Nation e l'ultima di Hell on Wheels.

 
Rectify segue le vicende di Daniel Holden (interpretato dal bravo Arden Young), che all'età in cui i teenager normali fumano le prime canne e si preparano per il college viene ficcato nel braccio della morte con la condanna infamante di aver violentato e ucciso Hanna, la sua fidanzatina. In carcere, attendendo l'esecuzione, Daniel ci passa diciannove anni, fino al giorno in cui il suo avvocato riesce a ribaltare la sentenza e a farlo tornare libero. È un momento di gioia, ma il difficile arriva adesso. Daniel ha omai quarant'anni e ha perso il contatto con la realtà, il mondo fuori dalla galera è andato avanti senza di lui. Sono cambiati la tecnologia, l'abbigliamento, il modo di intendere i rapporti sociali. Daniel deve recuperare diciannove anni di nulla, scrollarsi di dosso gli orrori visti in carcere, fare i conti con un passato che non ricorda del tutto e spaccare il guscio di cui ha ricoperto i suoi sentimenti per non impazzire.



Non finisce qui. Non può essere così facile. Daniel torna alla sua casa nella cittadina di Paulie, in Georgia, dove tutti si ricordano di lui e dove molti avrebbero preferito vederlo morire nella camera a gas. Alcuni sono genuinamente convinti che sia il colpevole di quell'omicidio, altri di un colpevole hanno bisogno per mettere a tacere il passato o costruirsi una carriera politica. Daniel finisce nelle mire di molti nemici: l'ambiguo Trey (Sean Bridges), che nasconde un aberrante segreto, il meschino senatore Foulkes (Michael O'Neil) che ha fondato la sua scalata al potere sulla sua accusa di colpevolezza, il fratellastro Ted Junior (Clayne Crawford) che è geloso di tutte le attenzioni riservategli. Ben presto diventerà chiaro che a Paulie, quella notte di diciannove anni fa, è successo qualcosa di orribile, ma la verità sarà dura da riportare a galla, anche perché Daniel è più interessato a riprendersi la sua vita che a rivangare il passato.

 Daniel Holden. Un personaggio che, come i suoi familiari, faremo fatica a comprendere a causa dei suoi silenzi e della sua incapacità di relazionarsi col prossimo, salvo poi affezionarci inevitabilmente a lui



Rectify è una storia di rinascita. Faticosa, lenta, dolorosa rinascita. Daniel è un deficiente emozionale. Il braccio della morte lo ha lasciato incapace di esprimere ciò che prova, e questo non lo aiuta nel ricostruire i rapporti con la sua famiglia. La madre Janet (una bravissima Jean Smith Talbot, che si rilancia dopo quella cagata di True Blood) , che dopo la morte del primo marito si è risposata, lo ama più di qualsiasi altra cosa al mondo, ma non sa come prenderlo. Il patrigno Ted (Bruce McKinnon) è un gran brav'uomo, ma non ha idea di come trattare questa specie di bambinone dallo sguardo sperduto. Ma è nel rapporto con sua sorella minore Amantha (una strepitosa Abigail Spencer) che questo sofferto percorso di ritorno alla vita tocca il punto più alto. Immaginate una bambina che si vede portare via il fratello maggiore dalla polizia, con l'accusa di essere un assassino, e che cresce nel suo mito, il mito di questo ragazzo che sa di amare ma che in realtà non ha mai conosciuto. Amantha ha speso gli ultimi diciannove anni in una lotta senza tregua per liberare Daniel, e ora che lui è tornato lo difende dalle maldicenze e dagli assalti dela cittadina con la fierezza di una leonessa che darebbe la vita per i suoi cuccioli. Ma Amantha è anche una persona fragile e piena di insicurezze, e non le risulta facile continuare a combattere ora che Daniel è lì, ora che suo fratello non è più un'idea astratta da cullare nella sua mente, ma un essere umano pieno di problemi che a malapena parla e non sembra in grado di manifestare alcun sentimento. Un plauso a Abigail Spencer, una gran prova in questa serie TV.



Brava e bella, Abigail 
 
Rectify è anche una denuncia della pena di morte. Lo svolgersi degli eventi presenti è alternata da flashbacks della vita di Daniel nel braccio della morte, ed è qui che capiamo come il ragazzo abbia dovuto costruirsi un'armatura di insensibilità per evitare di spezzarsi, di cedere sotto il peso di una vita che in realtà non è vita, ma mero susseguirsi di giorni inutili tutti uguali a se stessi. Il braccio della morte ti fa questo: non è la camera a gas il peggio, è l'attesa. I mesi e gli anni che passano con la consapevolezza che la fine è già scritta sono qualcosa che ti uccide lentamente mentre sei ancora vivo, fino a quando l'esecuzione ti appare come un dono, una liberazione da un'esistenza inutile e grottesca. Daniel ne passa tante in carcere, ma riesce a non cedere. Aiutato dal galeotto Kerwin (Johnny Ray Gill) fa in modo di ricrearsi un mondo all'interno della propria mente dove l'orrore del carcere non può raggiungerlo, trova in se stesso la forza per non uccidersi, non impazzire, non rifugiarsi nella facile scappatoia dei farmaci che fanno dormire. Ne esce più forte, ma totalmente disadattato. Rectify è la storia di come tornerà a essere un uomo dopo che la legge, la sfortuna e il destino hanno ucciso il ragazzino che era.



Consiglio questa serie a chi vuole riflettere ed emozionarsi, a chi un po' si è stufato delle molte serie TV incentrate sull'azione e cerca un diversivo non banale. Una serie dal ritmo non certo frenetico, dove a farla da padrone sono i dialoghi e i rapporti tra i personaggi, ma non priva di mordente grazie soprattutto al mistero della morte di Hanna che pian piano si dipana gettando ombre sporche sulla facciata di perbenismo della cittadina in cui Daniel vive. Rectify è alla soglia della terza stagione, ed è una serie TV onesta e pregna di significati, densa di umanità e capace di evitare stucchevoli sentimentalismi grazie a una sceneggiatura e una costruzione dei personaggi che predilige il realismo delle relazioni umane alla lacrima facile a tutti i costi. Bello, diverso, per certi versi poetico. Un piccolo gioiellino, sperando che sia solo l'inizio di una fruttuosa serie di produzioni della Sundance.


Alla prossima, gente. Ci rileggiamo appena ho un po' di tempo.  

lunedì 23 febbraio 2015

"L'estate dei morti viventi" di John Ajvide Lindqvist

Stamattina quando mi sono svegliato pioveva. Poi ha iniziato a nevicare, quindi il vento ha trasformato la nevicata in quella che in inglese si chiama blizzard, infine la pioggia è tornata a unirsi a quest'orgia di fenomeni atmosferici infausti e la neve si è mutata in una poltiglia acquosa che turbinava nel cielo come panna in un frullatore, trasformandosi in viscide pozzangere a contatto col suolo. Adesso c'è il sole. Il tempo in Irlanda cambia con più frequenza dell'umore di una donna incinta, l'ombrello è inutile e ci sono giorni in cui l'unica soluzione sarebbe restarsene a letto con un bel libro e una tazza di caffè caldo. Questo tempo mi deprime, e come ho già detto quando sono depresso a me viene voglia di parlare di Dickens. Ma devo trattenermi. Non posso parlare di Dickens, ho giurato che non l'avrei mai più fatto sulla tomba di Johnny, laggiù sull'orlo delle bianche scogliere di Dover nella cui dura terra seppellii le sue giovani spoglie mortali dopo quel brutto affare con la banda dei marsigliesi. Terrò duro e penserò all'estate, al caldo, ad altri paesi e altri scrittori, altre epoche, altri cazzi insomma. 

L'estate, dunque. L'estate mi fa pensare a tante belle cose, tanti ricordi di quando ero disoccupato a Salerno e non facevo una mazza dal mattino alla sera, aggirandomi tra un bar e l'altro alla ricerca di qualsiasi cosa potesse rappresentare un diversivo alla monotonia di un'esistenza che definire becera sarebbe un'eufemismo lontano dalla realtà più o meno come io lo sono da casa. Vivevo come un morto vivente. D'estate. L'estate dei morti viventi. Aspetta, c'è un libro con questo titolo, e io l'ho letto. Ed era bello! Ecco l'antidoto a Dickens, parliamo di questo!

Parliamo di horror. Mi capita spesso di sentire o leggere di appassionati di horror che, a ragione, si lamentano dell'odierna scarsità di tematiche innovative in questo genere, puntando l'accento su come, in letteratura così come nel cinema, si sia verificato un livellamento verso il basso che sembra soffocare l'emergere di nuovi argomenti e nuovi punti di vista da cui guardare alla materia in esame. "The Walking Dead", ragazzi, e non aggiungo altro. Cioè, dico, "The Walking Dead". Il Festival di San Remo ha sicuramente più colpi di scena, gli zombi sono più cattivi (Masini, Grignani e Nek col cacchio che li butti giù con le sei pallottole nel tamburo di una Colt) e il buonismo è più o meno uguale, anche se San Remo fa obbiettivamente più paura. "The Walking Dead". No grazie. Parliamo d'altro. 

Che poi se invece di guardare la serie leggete il fumetto, lo troverete bello bello bello

Adesso parliamo di John Ajvide Lindqvist. Svedese, classe '68, il Nostro diviene famoso tra il grande pubblico grazie al romanzo "Lasciami Entrare", da cui viene tratto anche un film che riscuote un buon successo. La tematica non è certo innovativa, ma lo è il modo in cui l'autore la affronta: più che ai mostri, al sangue e alla violenza Lindqvist si mostra interessato alle reazioni dei protagonisti di fronte al sovrannaturale che sconvolge la normalità, riempiendo i suoi scritti di emozioni e sentimenti assolutamente umani e guarnendo il tutto di significati tutt'altro che banali, che conferiscono alla sua letteratura horror uno spessore in grado di travalicare il semplice e ripetitivo canovaccio del genere. Questa cosa gli riesce perfettamente nel romanzo che segue, "L'Estate dei Morti Viventi". Vediamo perché e come. 


In un'estate assurdamente calda per Stoccolma, una sorta di tempesta magnetica manda in tilt le apparecchiature elettriche, causando di lì a poco un'epidemia di emicrania collettiva. Ma è solo l'inizio. Presto infatti si sparge la notizia, impossibile da nascondere per i media, che i cadaveri si stanno risvegliando. La città precipita nel caos, il governo tenta di arginare il fenomeno come può, ma ciò non impedisce ad alcuni defunti di tornare a casa, alla vita di cui serbano ancora brandelli di ricordi nel loro cervello distrutto, e tentare, in una goffa, miserabile e tristissima parodia di ciò che una volta era stato, di ricominciare lì da dove la morte aveva interrotto la loro esistenza. 

"L'Estate dei Morti Viventi" segue le vicende di alcune persone che si vedono ricomparire davanti i familiari deceduti e creduti persi per sempre, descrive tutto l'orrore, la speranza e le difficoltà di approccio di un essere umano che deve fare i conti con qualcosa per cui tutti preghiamo, ma che non osiamo immaginare davvero: il ritorno di un caro estinto. Eccolo lì, il vecchio marito con cui la signora ha trascorso quasi tutta la vita, ripresentarsi sulla soglia con lo sguardo privo di coscienza, entrare in casa e accomodarsi sulla sua sedia preferita, ecco figlie, fratelli e mogli spentisi prima del tempo che tornano alle case, alle famiglie, alle vecchie stanze, mossi da un istinto che guida i loro passi incerti verso ciò che in qualche modo sanno essergli appartenuto. Ma non è facile, non è plausibile e in fin dei conti non è neppure giusto vivere in questo modo, quello che sta accadendo è un'aberrazione dell'ordine naturale delle cose ed è qui che esplode il lacerante contrasto interiore dei vivi, la lotta tra il loro invincibile amore per i morti ritornati a casa e la consapevolezza che non sarà mai più come prima, che queste cose risvegliatesi dalle bare e dai letti d'obitorio non sono che simulacri di ciò che una volta erano i loro cari. In questo libro il "bang bang!" viene in secondo piano rispetto all'elemento psicologico ed emozionale, ciò che a Lindqvist interessa è mostrarci le reazioni dei vivi più che le azioni dei morti, è un libro intriso di una malinconia schiacciante e di una profondità di contenuti che difficilmente troverete in altre opere di genere horror. Il finale, poi, è forse la migliore teorizzazione dell'Aldilà che io abbia mai letto, un capolavoro nel capolavoro, uno sguardo pieno di speranza a quello che ci attende quando lasceremo questo mondo, un delicato, straziante, poetico addio alla vita che permette ai personaggi e al lettore di riconciliarsi con l'idea insopportabile della perdita, del distacco. Ve lo dico: se non piangerete leggendo il finale di questo libro allora avete qualcosa che non va. E se non lo leggerete, allora non lamentatevi che l'horror è tutto uguale e che non ci sono scrittori che affrontano la materia da angolazioni differenti. Perché invece ci sono. 

Un saluto. Qui c'è ancora il sole. Per ora.

giovedì 12 febbraio 2015

Love/Hate - Gomorra in versione Irish

Ah, Dublino! Una città magica, dalle molte facce (tutte ubriache) e dalle tante contraddizioni, città di fiume e di mare, città dell'Europa moderna ma orgogliosamente ancorata alle proprie tradizioni, città di multinazionali e senzatetto, universitari e ragazze madri, la città più cattolica d'Europa dove il sabato sera sono tutti in cerca di una sveltina in una toilet (God bless you Irish girls). 
E la città della droga. Sì, ragazzi, qui ne gira a pacchi e negli anni '80 era anche peggio, tanto che una leggenda vuole che lo Spire, l'altissima struttura costruita in O'Connell Street per celebrare il nuovo millennio, simboleggi in realtà un enorme ago di siringa, a ricordo perenne del flagello dell'eroina che causò così tante vittime una trentina d'anni orsono. Non so se è vero, secondo me no. Le vittime invece sono accertate. Negli '80 poche città si drogarono come Dublino, al punto che bisognò costruire nuovi quartieri dove spostare la gente perbene che non ne poteva più di vivere in un centro cittadino brulicante di tossici.



Dieci mesi fa stavo per partire per Dublino. Iniziai a guardare Love/Hate con l'intento di imparare l'accento irlandese. La serie non mi fece impazzire all'inizio, ma ne ricavai comunque due conclusioni interessanti:

  1. l'accento irlandese è più o meno comprensibile come il colloquiare di un cinghiale a cui sia stata tagliata la lingua, rimpiazzata con le setole di una scopa, ficcata una patata in bocca e impiantato un chip neurale che gli decuplica la velocità di parola, il tutto mentre l'animale si sforza di imitare il linguaggio umano.
  2. Dublino è pericolosa. Gli avvenimenti della serie TV mi lasciarono abbastanza sconcertato, al punto di farmi iniziare a temere di aver scelto la destinazione sbagliata.



Quando poi arrivai qui incontrai Noel, il mio primo padrone di casa. Noel è nella sezione scientifica della Garda (la polizia di Dublino), e il contratto d'affitto me lo portò a firmare nel suo ufficio al comando centrale. C'erano tute bianche tipo CSI, polverine per le analisi e altra strumentazione, c'erano poster e computer, valigette dal contenuto misterioso. Chiesi a Noel se conosceva Love/Hate e se Dublino era davvero così. Lui mi disse che era anche peggio, perché il porto della città è uno dei maggiori snodi europei per il commercio della droga che arriva dal Sudamerica, e le gang si contendono la piazza a suon di agguati e sparatorie in cui a volte ci van di mezzo innocenti.

“Hey, Noel, non è che mi riporteresti all'aereoporto? Ho dimenticato lo spazzolino da denti in Italia”.

“Tieniti lontano dai guai e non far tardi la notte.”

“Okay Noel. Grazie.”

Ora Noel non è più il mio padrone di casa, perché mi sono trasferito. Voglio solo dire che era (ed è) una delle persone più buone che abbia mai conosciuto, un padre di famiglia e un gran lavoratore, uomo di una corretezza estrema. Le ultime parole che mi ha rivolto quando ci siamo salutati sono state “Alfredo, qualsiasi problema tu abbia mentre sei qui a Dublino, chiamami. Ti aiuterò.”

Grazie, Noel. 

  
Creato da Stuart Carolan e trasmesso dal canale irlandese RTÉ, Love/Hate è ambientato nella Dublino dei giorni nostri e segue le vicende di una gang che cerca di farsi strada fino ai vertici del giro dello spaccio di droga. Come detto l'inizio non è fantasmagorico, seguendo più che altro le vicende di Darren (Robert Sheehan, già noto per la sua interpretazione in Misfits), un ragazzo che torna a Dublino dalla Spagna, dove s'era rifugiato perché aveva qualche guaio con la legge. Darren è tornato per la ragazza con cui stava e di cui è ancora innamorato, ma lei sta con un altro. Darren sclera e finisce irrimediabilmente coinvolto nei vecchi giri, finendo per affiliarsi alla gang del cattivo e gelido “John Boy” Power (Aidan Gillen), che ha per braccio destro l'infido, furbastro e arrivista Nigel “Nidge” Delaney (Tom Vaughan-Lawlor). La gang cresce e si fa nemici e complici, le storie dei membri si intrecciano, gli omicidi, le esecuzioni e lo smercio di droga proseguono di pari passo mentre gli equilibri di potere all'interno della banda sono sempre più precari e la Garda suda sette camicie nel tentativo di arrestare le loro attività illegali. È a partire dalla seconda stagione che le cose iniziano a farsi più interessanti, quando la love-story di Darren scivola in secondo piano, la lotta interna alla gang si fa più spietata e sulla scena compare uno dei personaggi migliori della serie, Francis “Fran” Cooney (Peter Coonan). Fran è il caos puro, un folle dai modi animaleschi impossibile da controllare, la scheggia impazzita del gruppo che giocherà un ruolo fondamentale nel prosieguo della serie, quando l'IRA, le bande rivali e altri nemici decideranno di schiacciare la banda. Nelle ultime due stagioni compare un altro grandissimo personaggio: il costruttore di bombe Patrick Ward (John Connors), padre affettuoso e religiosissimo che si tramuta in killer spietato per portare a compimento una vendetta che non può assolutamente tralasciare. Questo personaggio sarà poi la “chiave” di molte vicende, ma è senza dubbio positivo osservare come sia uno dei meglio tratteggiati, uno dei più “irlandesi” della serie, con quel suo senso della famiglia che va al di là di tutto e dei principi saldissimi che lo guidano anche quando decide, lucidamente, di diventare un assassino per infliggere a chi l'ha colpito il meritato castigo.

Nella foto: Fran impegnato nel suo sport preferito: ammazzare esseri umani a sprangate
 
Love/Hate è pieno di risse, gente accoltellata, sparatorie, inseguimenti, tossici, droga, night-club lussuosi, mignotte. Ma è anche una storia che parla d'amore, rappresentato principalmente dai personaggi femminili. Da Rosie (Ruth Negga), la ragazza di Darren, a Trish (Aoibhinn McGinnity), moglie di Nidge, passando per la spiantata e fragile Siobhan (Charlotte Murphy) e la tossica Debbie (Susan Loughnane), queste donne sono coinvolte loro malgrado nelle vicende violente e drammatiche del mondo di cui fanno parte, cercando di mantenere salde le loro famiglie e i loro affetti mentre attorno a loro tutto crolla trascinandole inevitabilmente sul fondo. Le donne hanno un ruolo niente affatto marginale nella serie, in esse ritroviamo la quotidianità della vita dei gangster che tornano da loro dopo rapine, omicidi e pestaggi, in esse c'è la lotta di madri e mogli e fidanzate per resistere e tirarsi fuori da una vita che hanno di certo scelto, ma che rischia di distruggere non solo loro, bensì anche tutto ciò che amano. 

  Nidge con quel bel pezzo di figliola di Trish 

L'amore, come l'odio e i soldi, è il carburante che muove i personaggi di Love/Hate. Per amore si uccide e si lascia vivere, si condanna e si perdona, si fanno cazzate e si mandano all'aria piani, si commettono passi falsi. “Amore” significa spesso “possesso” nel mondo dei criminali, e infatti le storie d'amore propriamente identificabili come tali sono poche; le altre sono rapporti basati sul bisogno, sull'opportunità e sulla paura, come quello tra Debbie e John Boy, o come il matrimonio tra Nidge e Trish, che pur amandosi e avendo dei figli non hanno quasi nulla in comune. Per assurdo, uno dei personaggi davvero innamorato di sua moglie è il pazzo bastardo Fran. Quando scoprirà la verità sulla sua adorata Linda (Denise McCormack) be', saranno cazzi, nessuno potrà più fermarlo. E che dire dell'amore dei padri per i figli, anche questo ben presente nel drama, o dell'amicizia, che di tanto in tanto brilla come un diamante nel fango, soffocata da altri istinti più pressanti ma comunque presente in alcune sottotrame. 

 Debbie e John Boy

Love/Hate è una serie dura e attuale, che affonda i piedi nella realtà e che ci offre uno spaccato di Dublino che forse non tutti immaginano, ma che bisogna conoscere soprattutto se si vive qui. La Città di Smeraldo non ne esce bene, bisogna dirlo: cupa, pericolosa, degradata, ci viene mostrata in tutto il suo brillare di luci e night-clubs e in tutto il suo squallore di quartieri popolari dove la criminalità recluta i suoi soldati. Qui c'è poco spazio per i cliché sull'irlanda e la strada è l'unica legge che conti, siamo molto lontani dalle zone turistiche e dal divertimento nei pub.Serie consigliata per chi vuole ampliare la sua conoscenza sull'Irlanda attuale, è una serie tutto sommato ben sceneggiata e con alcuni bei personaggi, tanta violenza e un buon ritmo, una trama che convince e dei colpi di scena ben orchestrati. 

Alla prossima. E se guardate Love/Hate non fatevi comunque spaventare: Dublino non è tutta così. E infatti lo spazzolino io non sono più andato a riprendermelo.