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giovedì 25 giugno 2015

Una settimana di vacanza, un matrimonio e un libro dimenticato



Certe cose diventano parte della tua vita, quando fai una vita lontano da casa. Che poi, dopo un po', "casa" non sai nemmeno più dov'è, ché non è quella dove vivi al momento e non è più quella che hai lasciato in Italia, "casa" non è da nessuna parte e te la devi ricreare ovunque tu vada. Gli emigranti contemporanei si dividono in due grandi categorie: quelli con la propensione a mettere radici, che arrivano in un posto e cercano di crearsi una vita stabile, e quelli che invece vagano da un paese all'altro, eternamente alla ricerca di qualcosa di migliore, di quello che manca, anche se molto spesso non sanno neppure loro cosa stanno cercando. Io mi sa che appartengo al secondo gruppo, e perciò la vedo brutta. Ché pure le barche più resistenti a furia di navigare nelle tempeste affondano, e la storia di quel tale che voleva vedere il sole da vicino e ci volò sopra con due ali di cera ci insegna che a volte a starsene con i piedi per terra ci si guadagna in salute. Però io sono così, che ci posso fare. All-in con in mano la doppia coppia, se va va altrimenti 'fanculo. Meglio i rimpianti che i rimorsi, chi non risica non rosica e via di altri luoghi comuni sull'argomento, metteteli voi a piacere. Questo per dire che è ancora un periodo di transizione. Vedremo dove mi porterà il futuro, ma per adesso restiamo ancorati all'attualità.



Aeroporto di Bruxelles Charleroi, più o meno uguale a tutti gli altri aeroporti del mondo (tranne forse a quello di Denver , dove ci sono un cavallo dagli occhi di fuoco, strani simboli massonici e inquietanti dipinti che rimandano alla prossima venuta del Nuovo Ordine Mondiale), con i soliti viaggiatori suddivisi in categorie ormai facili da distinguere: il turista solitario, la famiglia di turisti, il gruppo di amici, l'emigrante che spera di trovare fortuna altrove, la coppia di amiconi a caccia di figa, l'uomo d'affari con il laptop sottobraccio e il cellulare sempre all'orecchio, gli sposi in viaggio di nozze, le scolaresche in gita. Anche i rumori e gli odori sono sempre i soliti: ruote di trolley e profumo di caffè, bambini che piangono e fragranze di panini appena sfornati, il rombo degli aerei che partono e il tanfo acre all'interno delle smoking areas, le gabbie di vetro che la civiltà riserva a noi suicidi che attraversiamo questa Terra con una sigaretta inchiodata all'angolo delle labbra. La paura di volare la leggi in faccia a quelli che fumano due, tre, quattro sigarette in mezz'ora. Sul primo volo che presi nel '99 ero come loro, mi fottevo dalla strizza. Oggi mi addormento appena tocco il sedile e mi sveglio con la musichetta dell'atterraggio di Ryanair.



Non vado in vacanza spesso, e quando lo faccio sono un pessimo turista. Non compro cartine o guide, non mi informo sui musei e le attrazioni, faccio tardi la sera e al mattino mi sveglio senza la voglia di camminare, così dei posti in cui vado mi sfugge parecchio. Mi è sfuggito, per esempio, il bambino che piscia di Bruxelles, il Manneken Pis. In compenso ho conosciuto Katrine, di Copenaghen, che è inciampata alle mie spalle mentre aspettavo una birra al bancone e mi ha piazzato una gomitata in un rene che a momenti mi piegava sul pavimento. Dopo ci siamo presentati e abbiamo bevuto Satan Gold per tutta la serata, fino a quando lei ha iniziato a ricevere dei messaggi sul cellulare e si è improvvisamente ricordata di avere un fidanzato da qualche parte in Danimarca. Ci sono rimasto male, ma ho incassato il colpo come fa un gentiluomo, offrendole un'ultima birra e poi accompagnandola fino al taxi. Un vero peccato. Con quegli occhi azzurri e quel sorriso innocente, Katrine avrebbe poturto prendermi a gomitate nei reni per tutto il resto della nostra vita insieme.

Sono un turista pessimo. Riesco a mancare tutti i luoghi di interesse artistico più famosi, ma datemi il nome di un pub in una città in cui non sono mai stato e potete scommettere che lo troverò al primo colpo neanche avessi un cane da tartufi alcolizzato che mi guida verso la meta. Così va sempre a finire che mi ritrovo a un bancone a orari improbabili, spesso con il portatile acceso e il foglio di Word aperto, bevendo e scrivendo mentre gli altri aspettano che gli venga servito il pranzo. Quando poi arriva la sera inizio a fare sul serio. Se la città è anche economica come Bruxelles, allora i giochi sono davvero facili. 

Bruxelles, un giorno che pioveva


Prima del Belgio ci sono stati una notte a Ciampino e due a Cornino, in provincia di Trapani. Ciampino è un noiosissimo buco di provincia in cui alle sette di sera dormono tutti e non merita di essere menzionata per tre frasi di seguito, così sorvoleremo. Cornino, d'altra parte, è un piccolo paradiso in terra, una località di mare sormontata dal suggestivo Monte Cofano, che volendo si può anche scalare se non avete i miei problemi di sciatica. Qui mi sono preso una bella abbronzatura e ho rivisto tanta gente simpatica che conosco da una vita, ma soprattutto ho potuto salutare un carissimo amico che si sposava, brindare con lui alla cena di matrimonio e augurargli una vita più che felice insieme alla sua compagna. Tutto bello, tutto emozionante, volevo esserci e mi ha fatto piacere riuscirci.  Caro Ale, muoviti a sfornare un marmocchio così ci rivediamo lì per il battesimo.




Cornino, Sicilia. Non è uno spettacolo?


Ma ora parliamo del libro del post. Un libro che non finirò mai, che non ho più, che forse qualcuno troverà e leggerà, oppure butterà via. Nessun Dove, di Neil Gaiman.







Nessun Dove l'ho dimenticato nei cessi dell'aeroporto di Ciampino, ricordandomene solo dopo aver messo piede sull'aereo per Trapani. Era un libro la cui lettura si trascinava stancamente da un paio di settimane, non il libro migliore che abbia letto. La storia è quella di Richard, che parte dalla Scozia per andare a vivere a Londra, e lì incontra la sua fidanzata, una donna precisa e rompicoglioni, che lo costringe a una vita fatta di apparenze, cene di lavoro, orari fissi e abitudini castranti. Richard crede di essere felice, quel tipo di convinzione che ci si costruisce per rimanere aggrappati all'unica vita che conosciamo e non ammettere con noi stessi che stiamo sbagliando tutto, ma di tanto in tanto ha come la percezione di essere, diciamo così, irrimediabilmente fottuto. L'ufficio, i colleghi, le serate a teatro, i progetti di matrimonio: tutto questo scompare nel giro di una notte, quando in un muro si apre una porta magica e una ragazzina vestita di stracci cade ai suoi piedi più morta che viva. Richard la aiuta, la porta a casa sua, la accudisce. E scopre il suo nome. Si chiama Porta, e ha il potere di aprire porte (scusate la ripetizione, ma del resto anche il libro ne è pieno) ovunque, con la sola imposizione delle mani. Porta vive a Londra di Sotto, un mondo parallelo abitato da gente strana e magica, dove le varie casate e baronie hanno i nomi delle stazioni della London Tube ed esistono clan di ratti senzienti, pescatori delle fogne e un mercato fluttuante che ogni volta si tiene in un luogo diverso e dove si può acquistare qualsiasi cosa.

Richard si ritrova ben presto costretto a seguire Porta, che sta indagando sull'assassinio della sua intera famiglia. Qualcuno li ha massacrati tutti, e lei è determinata a scoprire chi. Sulle sue tracce, intanto, ci sono i cattivissimi e bizzarri Mister Croup e Mister Vandemar, assassini prezzolati ingaggiati da un misterioso nemico per eliminarla. Con Porta e Richard viaggeranno Hunter, la più capace guardia del corpo di Londra di Sotto, e il Marchese De Carabas, uno strano individuo pieno di trucchi e risorse che alla fine a mio parere si rivelerà essere il personaggio migliore. I nostri eroi dovranno affrontare mille pericoli e compiere alcune missioni, dovranno combattere contro l'orribile Bestia di Londra e alla fine scopriranno di essere stati raggirati, usati come pedine, ci saranno tradimenti e uno scontro all'ultimo sangue e poi...



...e poi non lo so, ragazzi, perché mi mancavano trenta pagine quando ho dimenticato il libro in quel cesso. Fosse stato un libro che mi stava piacendo lo ricomprerei, o al limite ne cercherei l'ebook su Internet, o magari andrei a caccia di quei siti che spoilerano tutto, ma il fatto è che Nessun Dove non mi stava appassionando granché. Colpa di una trama un po' infantile e di una meccanica degli eventi assolutamente prevedibile, di una scrittura talmente semplice da rasentare il banale (colpa della traduzione italiana? Nah, non credo) e di una caratterizzazione dei personaggi non soddisfacente. Da annotare anche il POV ("point of view" per i profani, "punto di vista" per i non anglofoni, forse un giorno vi tirerò un gran pippone sull'argomento) che balla da un personaggio all'altro troppe volte e nel corso perfino della stessa sequenza, una cosa che non sopporto. Situazioni poco credibili (anche in un libro fantastico) e azione ripetitiva completano il quadro. I dialoghi sono addirittura un po' ridicoli. Un esempio per tutti: nello scontro finale, quando il super cattivo annunciua a Porta di voler uccidere Richard anche se lui non ha a che fare con la sua guerra, lei grida, candida come una colomba: "MA È INGIUSTO!"

Cazzo, è ingiusto! Questo sì che farà tornare il carnefice sui suoi passi, la sua coscienza si sta già riempiendo di vergogna. Conosco lo stile di Gaiman e non mi aspettavo certo che Porta gridasse "Figlio di una cagna sifilitica, ridurrò il tuo culo in pezzi talmente piccoli che alla fine dovranno seppellirti una scatola di fiammiferi!", però, insomma...

Tra l'altro avevo adorato American Gods, come detto in questo post, e quindi la delusione è stata ancora maggiore. Nessun Dove è un romanzo scritto prima di American Gods, e ne costituisce in qualche modo l'embrione, la radice, un tentativo non completamente riuscito di ricreare quelle atmosfere e di raccontare un pantheon urbano-mitologico che poi tanto magistralmente verrà sviluppato in quello che ad oggi è ancora ritenuto il capolavoro di questo autore. Rispetto ad American Gods, Nessun Dove presenta lacune nella trama, nei personaggi e nella struttura narrativa in generale, mancano il senso del fantastico e la commistione tra il reale e l'immaginario, il che lo porta a ridursi a una storia senza molto mordente che consiglierei forse solo agli under 15. Peccato, ma tanto di libri da leggere ne ho a caterve e ne ho già iniziato uno che promette di essere una bomba, ne parlerò prima possibile. 

Fine. Domani torno a lavorare e si ricomincia con la vitaccia. Sabato vado a bere e a ballare e a Settembre sono in Italia. E il bambino che piscia, be', lo vedrò la prossima volta. E magari anche Katrine, sperando che abbia mollato quel vichingo importuno che sul più bello ha cominciato a mandarle gli sms.  






giovedì 22 gennaio 2015

"John Dies at the End" di David Wong

Qualche mese fa mi sono comprato il Kindle. Era una cosa che avevo in mente di fare da anni e alla fine l'ho fatta, sono andato da Argos e l'ho comprato. Così ho anche scoperto come funziona Argos: quando ci entri questi negozi sono vuoti, non c'è un cazzo, solo i commessi, nessun articolo. Qual è il senso di tenere aperto un negozio senza merce? Come fanno a guadagnare? Chi paga i dipendenti se non si vende nulla? All'inizio credevo fosse una copertura per l'FBI, poi ho capito che nei centri Argos ci sono dei terminali con dei cataloghi elettronici dove puoi ordinare di tutto, dalle Playstation 4 agli spazzolini da denti, ti basta selezionare l'articolo e inviare il codice. La roba la tengono in un magazzino sul retro. Ti siedi, aspetti qualche minuto e un commesso va a prendere quello che ti serve e te lo porta. Niente caos sugli scaffali, niente tempo da perdere a cercare il reparto giusto, minimizzazione dello spazio e massimizzazione della soddisfazione del cliente. Il consumismo all'ennesima potenza. Maledizione. Dove sono finite le piccole botteghe di quartiere dei bei tempi? Quelle in cui conoscevi il negoziante, facevi due chiacchiere con lui, ti lasciavi consigliare?
Be', non so dove siano finite le piccole botteghe di una volta, ma di sicuro c'è che il Kindle là non ce l'avrei trovato. Da Argos invece sì. Con il Kindle è iniziata una nuova fase per la mia lettura, e ho speso un fracco di soldi in libri. Per me comprare libri equivale al comprare scarpe per le donne, e quando hai una libreria sterminata a portata di click diventa davvero difficile trattenersi.  Oh, anche le donne comprano libri, non voglio risultare maschilista. Quanti ne comprano? Be', dipende da quanti soldi gli restano in tasca dopo essere uscite dai negozi di scarpe. 

Uno dei primi libri letti sul Kindle è stato "John Dies at the End" ("Alla Fine John Muore" in italiano) di Daving Wong. David Wong non è il suo vero nome. Semplicemente, a quanto pare Wong è il cognome più comune e diffuso sulla faccia della terra, ed è stato adottato come pseudonimo dall'americano Jason Pargin, classe 1970, autore di questo libro. Wong (o Pargin), è anche piuttosto celebre per aver teorizzato sulla rivista Cracked.com la sua idea di humor, battezzata con l'acronimo PWOT (Pointless Waste Of Time). L'umorismo di Wong è irresistibile, sboccato, demenziale fino all'estremo, politicamente scorretto. In un discorso in auto all'interno di "John Dies at the End" si scivola sulle dimensioni del pene. Ecco come va a finire:

"Vi ho mai detto che ho un cazzo enorme?"
"Per quanto il tuo cazzo sia grande non potrà essere mai grande come il mio."
"Amico, il mio cazzo è talmente grande che se avesse un proprio cazzo sarebbe comunque più grosso del tuo cazzo."



"John Dies at the End" è un horror demenziale che farà la gioia di chi ha apprezzato la "Trilogia del Drive-In" e "Bubbah Oh-Tep" di Lansdale. Lo stile di Wong è molto simile a quello dei primi lavori dello scrittore texano che in tanti ormai stimano anche in Italia, con lo stesso mix di horror, humor, situazioni al limite dell'assurdo, violenza e azione a go-go. La storia, raccontata dallo stesso personaggio di David Wong durante un'intervista a un reporter, ripercorre il passato di David e del suo amico John, e spiega come queste due inutili teste vuote siano divenute l'unica speranza della Terra contro l'invasione degli uomini-ombra, esseri di un'altra dimensione governati dal dio Korrok, che intende sottomettere il nostro pianeta. Da qui è tutto un susseguirsi di gente che crepa nelle maniere più truculente, combattimenti con mostri fuori di testa, vermetti che si introducono nelle persone e nei cani trasformandoli in schiavi, droghe aliene e viaggi attraverso lo spazio-tempo. La figura di John, cazzone sballato apparentemente buono a nulla ma in realtà vero mattatore della storia, è da applausi. Come quando, pronto a combattere una creatura ovviamente demoniaca, lega una Bibbia alla sua mazza da baseball. O come quando, avendo capito che i mostri detestano l'amore e i buoni sentimenti, crea un'arma potentissima capace di annichilirli: uno stereo portatile caricato con ballate rock anni '80. La musica gioca un ruolo portante nel libro. Ecco cosa accade quando David, seduto in auto, ascolta una canzone dei Limp Bizkit:

"Dopo alcuni momenti di scariche statiche beccai una stazione radio dove c'era un uomo che apparentemente stava urlando attraverso una laringe frantumata. Dopo qualche momento realizzai che si trattava semplicemente di Fred Durst dei Limp Bizkit. I Limp Bizkit sono la band che ha inventato lo stile musicale basato sul dare in pasto un foglio pieno di frasi rap a una capra, quindi leggere quello che c'è scritto nella sua merda mentre qualcuno suona dei riff heavy-metal."


Anche gli uomini-ombra, cattivissimi, si servono della musica per i loro scopi. Manipolando la realtà a loro piacimento sono in grado di cambiare le parole delle canzoni per instillare sentimenti negativi negli esseri umani. Il razzismo, che divide l'umanità e genera l'odio di cui si nutrono, è uno dei loro strumenti preferiti. Ecco come "Losing my religion" dei R.E.M. viene stravolta mentre David la ascolta all'autoradio:
  
"Ooh knife
plus nigger
Equals you, and jews are dead meat"

"John Dies at the End" non è solo demenzialità, però. Si tratta di una storia che parla di un'amicizia indissolubile e della solitudine dei predestinati, della battaglia di David per avere una vita normale e della morte, e anche di qualcosa di peggiore della morte: la perdita del ricordo delle persone scomparse. Non voglio svelare troppo, ma a un tratto compare, solo per qualche riga, un personaggio assolutamente sconosciuto ai protagonisti. La sua storia, e ciò che ne è stato di lui, è uno dei passaggi più tristi che abbia letto di recente, e vi assicuro che Wong è altrettanto bravo a far scendere una lacrima quanto lo è a provocare una risata. "John Dies at the End" è anche la rivincita degli sfigati, dei perdenti che alle superiori sono evitati da tutti, un'epopea sgangherata di sangue, parolacce e riflessioni sulla vita che lascia assolutamente soddisfatti dopo la lettura, sperando che abbia un seguito. Be', sapete una cosa? Il seguito c'è! Si intitola "This Book is Full of Spiders: Seriously Dude, don't Touch It!", ed è tra le mie prossime letture. Consigliatissimo libro per chi ama questo genere, ci hanno fatto anche un film ma ho saputo che non è granché, quindi: leggete il libro. Buona giornata e alla prossima!




venerdì 26 dicembre 2014

Il weird oggi: alcuni titoli consigliati


Rieccoci. Sono ancora tutto pervaso dallo spirito natalizio e dai fumi dell'alcol, anche quest'anno da buon praticante ho celebrato i consueti riti voodoo e sacrificato alcuni agnelli a Dioniso, ma nonostante le mie preghiere ancora una volta Babbo Natale mi ha deluso non regalandomi la barba bionda e gli occhi azzurri. Spero voi abbiate passato un buon venticinque Dicembre con i vostri cari e che vi siate rilassati. Io domenica torno in Italia per una settimana, ma non credo che il mio fegato noterà la differenza. C'è anche da dire che tra aerei, autobus e treni il viaggio per tornare a casa è sempre un gran palo nel culo, poi sette giorni passano presto e devi rifare il percorso al contrario, e non fai in tempo a rivedere mamma e papà, amici e gatti che già devi salutarli. Ah, così è la vita, ragazzi! Si parte, si torna, ci si sposta, si conosce gente, il tutto per uno scopo che mica lo sappiamo qual è. Uno potrebbe pure starsene tutta la vita a casa sua, senza tante rotture d'anima, però poi sarebbe noioso e io quando mi annoio divento depresso e comincio a parlare di Dickens, e nessuno vuole sentire parlare di Dickens. Mi consola pensare che sto facendo questo per lasciare il mio bagaglio di esperienza ai miei futuri familiari. Un giorno avrò dei nipoti, li piglierò sulle ginocchia e gli racconterò della mia gioventù girovaga, e loro mi poggeranno la testa su una spalla e sorridendo mi diranno “vecchio rincoglionito, ce li hai dieci euro per la ricarica Vodafone?” Sono cose che ti fanno sentire realizzato. Viviamo un po' tutti per questo.



Ma ora bando alle pagliacciate, torniamo a parlare della letteratura weird. In futuro tratterò di altri generi letterari, altrimenti sembra che leggo sempre le stesse cose, e non è vero. Del weird e di come Lovecraft sia stato l'autore chiave per la canonizzazione e la diffusione di massa di questo genere ho già detto nel primo post del blog. Il Solitario di Providence non era certo il solo a tener alto lo stendardo del bizzarro all'inizio del '900, ma è a lui che si deve la cristallizzazione dei tratti identificativi del weird. Un genere letterario non può definirsi tale se non rispetta due parametri: delle linee-guida tematiche e stilistiche che lo identifichino e un certo numero di autori che le rispettino, creando un numero più o meno vasto di opere che possono rientrare sotto un'unica dicitura. Le tematiche sono quelle di cui ho già parlato: l'ignoto, i pantheon reali o immaginari, il senso di schiacciante predeterminazione del destino umano davanti a forze che giocano con la vita senza possibilità di fuga. Lo stile, be', era quello ritenuto ai tempi il più efficace, che ad oggi sembra forse un po' datato e che naturalmente è passato attraverso un processo di modernizzazione. Parliamo quindi oggi del weird ai giorni nostri, di come la lezione lovecraftiana è stata assimilata, rielaborata e se vogliamo svecchiata per essere riproposta ai lettori dei secoli XX e XXI. È un lungo viaggio che parte dalle Montagne della Follia e termina sull'asfalto delle nostre autostrade, un processo tutt'ora in corso che ha ancora potenzialità immense e fa ben sperare per il futuro. Gli autori che oggi si cimentano con il weird hanno Lovecraft sempre ben presente nella loro mente, ma giocano a loro piacimento con le carte servite loro da H.P. per ricreare quel senso del bizzarro che rappresenta uno dei più efficaci strumenti di intrattenimento mai offerti dalla letteratura. Il weird di oggi si arrampica sui grattacieli e striscia nei tunnel della metropolitana, infesta le campagne e i computer, fa balzi avanti e indietro nel tempo mostrandoci un futuro inquietante o regalandoci uno sguardo alternativo sul passato. Lovecraft è sempre lì, che annuisce soddisfatto dei suoi pupilli, vivo e attento dal suo trono da qualche parte in mezzo a una galassia sperduta dove si è ritirato dopo che le sue spoglie mortali abbandonarono questo mondo.



Iniziamo a parlare di alcuni titoli che sono riconducibili al weird contemporaneo. Alcuni sono molto conosciuti, altri forse meno. L'intento è quello di fornire una piccola prova di come il genere offra una grande gamma di possibilità e di come queste siano sfruttate dai diversi autori. Tematiche, ambientazioni e personaggi possono essere molto differenti tra loro, alcuni di questi lavori vengono classificati come urban fantasy, new fantasy o horror puro, ma le loro radici affondano sempre in profondità verso il weird come l'ho inteso nel primo post. Un appunto, ragazzi, come per le serie TV: la maggior parte di questi libri io li ho letti in inglese. Se il vostro inglese è buono, fatelo anche voi. Mi ringrazierete.



American Gods di Neil Gaiman

Trama: una ex-galeotto la cui moglie è morta in condizioni imbarazzanti si ritrova al centro di eventi cui non riesce a dare una spiegazione. Scoprirà, man mano che la storia procede, di essere la pedina fondamentale nella partita giocata tra due fazioni opposte di divinità in lotta tra loro.







A mio parere non si può non iniziare con American Gods, strafamoso e pluriacclamato libro del buon vecchio Neil. In questo romanzo Gaiman rispolvera i pantheon delle nostre religioni attuali e di quelle dimenticate, resuscita divinità morte da tempo e le sbatte nell'America dei giorni nostri, umanizzandole con grande maestria. Un romanzo “on the road” sul quale si innesta l'eterna lotta tra il bene e il male, raccontata attraverso le peripezie di un protagonista vittima degli eventi che crede di muoversi liberamente in quello che è in realtà un copione scritto per lui da mani che non sono di questa Terra. Quello che stupisce in American Gods è l'assoluta facilità con cui Gaiman ricrea la sospensione dell'incredulità, quel piccolo miracolo narrativo che porta il lettore a inabissarsi nella storia nonostante la presenza di elementi assolutamente non realistici, un patto tra chi scrive e chi legge che può aver luogo solo se l'autore possiede gli adeguati strumenti tecnici. Vedrete una ragazza afferrare la luna dal cielo e trasformarla in una moneta d'argento, e vedrete gli dèi cavalcare i cavallucci di una giostra che è in realtà una porta per un'altra dimensione. Il tutto descritto con lo stile moderno dei giorni nostri, perfetto per accompagnarci nel corso dell'avventura. Sì, il finale ha deluso molti (anche me, lo ammetto), ma ciò non toglie che con American Gods Neil Gaiman si sia consacrato come uno dei nomi di spicco del fantastico contemporaneo. Grande lavoro di documentazione dietro questo libro che è da tempo un classico del suo genere.



King Rat di China Mieville

Trama: un ragazzo torna a Londra e si addormenta nell'appartamento del padre, per scoprire il mattino dopo che questi è stato ucciso in circostanze truculente e misteriose. Da qui in poi incontrerà una sarabanda di personaggi che altro non sono che la reincarnazione di antichi miti del folklore di tutto il mondo, esplorerà le fogne della City, scoprirà di avere poteri non umani e si ritroverà invischiato nella battaglia all'ultimo sangue tra il Re dei Ratti e il suo eterno nemico, il Pifferaio di Hamelin.







Inglese come Gaiman, China Mieville esordisce nel '98 con questo buon romanzo che contiene le premesse per i suoi futuri lavori di maggior successo. Anche qui assistiamo alla lotta tra esseri sovrannaturali, ambientata in una Londra sporca e claustrofobica in cui presenze che i più credono appartenere al mondo della fantasia si combattono giorno dopo giorno mentre la vita degli ignari esseri umani scorre apparentemente placida. Anche qui, e non è un caso, il destino del protagonista è segnato: il giovane Saul ricorda molto il narratore di The Shadow over Innsmouth di lovecraftiana memoria e anche la scoperta che farà alla fine della storia non è troppo lontana dalla tragica rivelazione che si palesa di fronte al malcapitato studente recatosi nella cittadina del Massachussets. King Rat piace anche per la profondità di alcune metafore: il personaggio del Re dei Ratti, che fatica a tenere a bada l'indole caotica del suo stesso popolo, sembra l'incarnazione sudicia e disillusa di un moderno Satana ribellatosi a ogni legge. Il mondo delle fogne in cui i ratti sciamano in legioni uccidendosi, mangiandosi e combattendosi a vicenda è la trasposizione in forma animalesca di una società totalmente in preda all'anarchia e alla legge della sopravvivenza. Grande battaglia finale, un libro consigliato.



La Trilogia del Drive-In di Joe R. Lansdale

Trama: una sera come tante, in una cittadina della provincia americana, della gente si reca a un drive-in. A un tratto compare nel cielo una cometa e queste persone si ritrovano prigioniere, la città intorno a loro è scomparsa e inizia il delirio. Il drive-in diventa una società a sé stante con regole da barbari e mostri che si combattono per la supremazia, il cannibalismo e altri atti abominevoli vengono consumati con sempre minor ritegno man mano che i sopravvissuti si abbrutiscono sempre più. Dal primo libro, in cui si racconta quello che accade nel drive-in, i protagonisti partono poi per un viaggio disperato in cerca di una spiegazione, fino a che giungono, alla fine del terzo capitolo, a scoprire l'assurda verità.







Se per weird vogliamo intendere l'assurdo, l'inspiegabile e il grottesco che irrompono all'improvviso nella vita di tutti i giorni sconvolgendola e precipitando ogni essere umano in una voragine di paura e sconcerto, allora La Trilogia del Drive-In centra in pieno il bersaglio. Se conoscete lo stile di Lansdale potete immaginare il tono sboccato, umoristico e caciarone in cui la storia viene narrata, ma ciò non toglie nulla al senso di straniamento che, soprattutto nel primo libro, questo romanzo è capace di comunicare. Questo lavoro non è puro entertainment. Questo lavoro parla delle domande che l'uomo si fa di fronte all'ignoto, del sovvertimento delle regole sociali quando la realtà ti scompare da sotto gli occhi, dell'istinto di sopravvivenza capace di mandarti avanti nonostante tu non voglia più vivere, di come si possa diventare insensibili alla morte quando la morte è tutto ciò che ti circonda. Potete anche leggerlo solo per divertirvi, e vi farete grasse risate. Se però ci riflettete un po' su ci troverete qualcosa d'altro, e vi lascerà più soddisfatti.



Il Sentiero di Legno e Sangue di Luca Tarenzi

Trama: Un burattino di legno si ridesta in un mondo che sembra il sogno allucinato di un pazzo e deve lottare contro alcune entità che intendono distruggerlo. Rilettura fantasy e molto weird della storia di Pinocchio.







Bel romanzo uscito qualche anno fa a opera di Tarenzi, che con esso si fece conoscere nel panorama weird/urban fantasy/young adults (avvertenza: gli ultimi tre generi letterari non sono mai esistiti). Fin dalla prima scena il libro comunica un senso di estraneità molto efficace, Tarenzi dimostra una fantasia molto fervida e dipinge paesaggi che sembrano quadri di Dalì, impossibili da dimenticare, stranianti e alieni come in alcuni dei racconti più “onirici” di Lovecraft. La storia è avvincente e assolutamente non banale, il senso di estrema solitudine che il personaggio del burattino comunica appassiona il lettore e lo guida fino al bel finale. Geppetto, il Grillo Parlante, Mangiafuoco, la balena: ci sono proprio tutti, ma non sono quelli che credete. Tarenzi li trasforma in creature a metà tra una sorta di cyborg steampunk e qualcosa di ultraterreno, pur senza snaturarle del senso donato loro da Collodi. C'è un po' di tutto in questo libro: un po' di poesia, un po' di violenza, un po' di dolore, un po' di paura e un po' di sorrisi. Tarenzi poi l'ho perso di vista, ma so che ha pubblicato altre cose. Forse ci rincontreremo.



The Sad Tale of the Brothers Grossbart di Jesse Bullington

Trama: in pieno medioevo, mentre la pestilenza miete vittime in tutta Europa, i bruttissimi, sporchissimi e stupidissimi gemelli Grossbart, discendenti da una stirpe di ladri di tombe, commettono un massacro tanto efferato quanto inutile. Braccati dalla legge abbandoneranno il loro villaggio in Germania e si ritroveranno coinvolti in ogni genere di avventure con mostri, streghe, demoni e donne, sulla strada per il loro folle obbiettivo: arrivare in Egitto e svaligiare la piramide di Cheope.







Libri più weird di questo ne ho letti pochi ultimamente. Bullington è un autore che terrò d'occhio, dallo stile semplice e dalla battuta pronta. La sgangherata storia dei fratelli Grossbart pesca a piene mani nell'horror e nel fantasy, senza trascurare un approfondimento storico che ben cala nel periodo in cui si svolgono i fatti. La commistione di generi è assolutamente gradita dal sottoscritto e rimanda a quanto detto su Lovecraft, il taglio è simile a quello di Lansdale ma ancor più sboccato, con picchi di blasfemia davvero sublimi. Bullington popola il romanzo di creature del folklore e della mitologia, gioca con la stregoneria e con la paura della peste che atterrì il medioevo, riempie i dialoghi dei due fratelli di dissertazioni assolutamente sorprendenti sulla religione e riversa ettolitri di sangue e quintali di interiora nelle pagine di questa storia senz'altro godibile. Il destino dei Grossbart, per quella tara del sangue tanto cara a Innsmouth, è però segnato: il finale ci fa comprendere come gli uomini possano venir fuori da mille disavventure con le loro forze, ma quando si ritrovano di fronte al giorno fatale, quello per cui sono nati, quello da cui non si scappa, quello che i tuoi antenati hanno preparato per te, allora tutto risulta inutile.



Finito anche per questa volta. Se non avete letto nessuno di questi libri iniziate con American Gods. Se avete già letto American Gods leggete La Trilogia del Drive-In. Se invece siete lettori più hardcore potete valutare qualsiasi altro dei titoli qui elencati. O nessuno, ché tanto a me gli autori non mi pagano mica, ma sono libri belli e divertenti e li consiglio tutti.

La prossima volta che parleremo di libri, come ho preannunciato, non parleremo di weird. Un saluto.

domenica 14 dicembre 2014

Post Zero: nessuna presentazione, però Lovecraft


Presentazioni non ne faccio. Se siete arrivati su questa pagina vuol dire che più o meno sapete chi sono, perciò credo che non ci sia bisogno di altre parole. Sono un incostante, quindi probabilmente il blog non reggerà, ma per ora parto con l'idea di impostarlo secondo alcune linee-guida che mi sono autoimposto, le quali probabilmente domani mattina mi appariranno totalmente prive di senso e finiranno nel cesso con la velocità di un assorbente usato. Non so se ho già detto che sono incostante. In verità questo aspetto della mia personalità mi piace. A parte il fatto che a volte lo detesto.

Il blog prende il nome da un tizio che ho conosciuto qui a Dublino (vivo al momento in Irlanda): Ray è un ex-hippie sui settant'anni, cliente fisso del pub all'angolo della strada, con un figlio nell'esercito svedese e una figlia in Spagna. Ha viaggiato in lungo e in largo per il mondo, ha lavorato in postacci, si è fatto di droghe che probabilmente non esistono più. Porta sempre il giubbotto di pelle e un cappello da baseball, ha i capelli lunghi fino a metà schiena raccolti in una coda di cavallo, beve abbastanza da far salire il tasso alcolico del quartiere sopra i livelli di guardia e fuma come un senza Dio. Ray legge Pennacchi e adora Fellini e Kurosawa, ascolta gli Hawkwind e i Manic Street Preachers, ha una casa piena di libri e vecchi LP e non ama la religione. Gli piace parlare, così siamo diventati amici. Fino alla quinta pinta di Beamish è un formidabile oratore, poi inizia a dimenticarsi le cose e tende a ripetersi, ma mi piace lo stesso. Ray è al momento una delle poche persone qui in Irlanda con cui posso discutere di libri, cinema e musica, così dedico a lui questo blog. Probabilmente non lo saprà mai. Ciao Ray! Ci vediamo dopo. 

Pronti, via. Qui non ci si diverte, meglio che lo sappiate. Qui si parla di libri, scrittura, altri libri, serie TV, musica da sfigati, di un po' di cose attinenti alla vita reale e poi ancora di libri e qualche film meritevole tra la feccia che infesta i cinema. L'ottanta percento delle attività che mi danno piacere non contemplano la presenza di altre persone, quindi se cercate resoconti di serate mondane o racconti di viaggi avventurosi avete sbagliato pagina. Questo blog è gestito da uno la cui massima idea di vita sociale è sedersi a un pub con un libro sperando che nessuno gli rompa i coglioni, eccezion fatta per Ray. Lo scopo del suddetto blog: condividere ciò che mi piace, senza la pretesa di essere un'autorità in nessuna delle materie che tratterò, ben consapevole che là fuori esistono persone ben più erudite di me. Ci saranno delle falle in quello che scriverò, ci saranno forse degli errori, la precisione e l'indiscutibilità delle informazioni che condividerò potrà oscillare, a seconda del mio mestruo, dal trattato letterario a una conversazione da bar tra avventori al dodicesimo Amaro del Capo. Qualcosa di interessante ce la potrete trovare. Forse. Sempre che questo post veda la luce, ché a scriverlo ci sto mettendo una settimana.

Il primo articolo lo voglio dedicare alle origini della letteratura weird. Ora, non è un inizio molto originale, sul weird ne sono state scritte di parole, ma io do per scontato che ci sia qualcuno che ancora non sa nulla sull'argomento e scrivo per loro. E poi il blog è mio e decido io, e basta. Ho già pronto un post sul teatro d'avanguardia turco di fine '900, ma lo tengo in serbo per quando vorrò raggiungere il milione di visite.
Quindi: cos'è il weird? Difficile dirlo. Non è horror puro, non è fantascienza, non è fantastico in senso stretto, ma combina gli elementi di tutti e tre questi generi unendoli spesso alla dedective story e, talvolta, a generi più specifici come il western o il racconto d'avventura. Nasce a cavallo tra la fine del XIX secolo e l'inizio del XX, grazie ad autori come il sempre troppo poco apprezzato Lord Dunsany, Lovecraft, Kipling e Bierce, in america diventa molto popolare grazie alla rivista Weird Tales che a partire dal 1923 pubblica sulle sue pagine racconti di giovani e talentuosi scrittori come lo stesso Lovecraft, Robert E. Howard, Ray Bradbury e molti altri. La varietà degli argomenti è una ventata d'aria fresca che rinvigorisce il genere fantastico: abbandonati i castelli infestati e le vendette dall'oltretomba di cui il gotico europeo aveva riempito l'800, il weird offre al lettore una vastissima gamma di situazioni e scenari, ponendo le basi per il successo della science-fiction, dell'horror moderno e del fantastico come lo intendiamo oggi. Senza Weird Tales, ragazzi, oggi leggeremmo ancora romanzi strutturati sulla falsariga di Dracula e Il Monaco (ottimi, comunque, ma senza dubbio datati). Senza Weird Tales probabilmente quel panzone di George R. R. Martin si sarebbe trovato un lavoro dalle nove alle cinque, e il mondo sarebbe un posto molto più brutto.

Quindi: GRAZIE, WEIRD TALES!



Siccome sono un tipo alternativo vorrei iniziare a parlarvi dei nomi di spicco del weird citando Ippanzio Patriarchi, misconosciuto autore siculo che nel 1921 pubblicò un manoscritto dal titolo Lu Mostru de la Cava, letto da dodici persone, tutte con il suo stesso cognome, metà delle quali si limitò a osservare le figure dallo stesso Patriarchi vergate, essendo affette da una forma di disagio sociale al tempo molto comune conosciuta come “analfabetismo”. Purtroppo non posso disquisire del Patriarchi, sebbene farebbe tanto figo, e devo invece parlare, in maniera più scontata, di H.P. Lovecraft, perché una dissertazione sul weird non può non prendere le mosse da lui.
Partiamo da Lovecraft, quindi. Nasce a Providence nel 1890, muore a Providence nel 1937. La sua vita è più o meno interessante come le istruzioni per l'uso sulle scatole dei medicinali, l'uomo è incasinato di brutto e trova sollievo solo e soltanto nella scrittura, alla quale si approccia con una passione e un'umiltà che il novantacinque percento degli scrittori d'oggi dovrebbero seriamente cercare di coltivare tra un talk show e un servizio sui giornali di gossip. A parte aver letto l'intera bibliografia di Lovecraft, ho avuto anche la fortuna di poter leggere alcune delle lettere che egli inviava al suo mentore Lord Dunsany e all'amico Alfred Galpin: in esse traspare molto della sua personalità, ed è probabilmente qui, piuttosto che nella sua biografia, che va ricercato l'uomo. L'idea che mi sono fatto è che Lovecraft non fosse del tutto cosciente dell'immane apporto innovativo che stava dando al genere fantastico, si riteneva probabilmente uno scrittore normale ed era molto critico verso ciò che scriveva. Se avete voglia di approfondire la sua attività epistolare ci sono molti volumi che fanno al caso vostro: il mio consiglio è cercare qualsiasi cosa di S.T. Joshi, considerato una delle massime autorità in campo lovecraftiano. 

Lovecraft viene sempre ritratto in quella posa triste col gatto in braccio e gli occhi da pazzo. Questo disegno invece è più bello:

 

Ma ora bisogna parlare del Lovecraft scrittore. Il ragazzo si fa le ossa pubblicando su fogliacci come The Vagrant e The United Amateur, fino a quando nel 1923 arriva su Weird Tales con The Horror at Martin's Beach. Non è il suo migliore racconto, e non potrebbe essere altrimenti in quanto il Nostro è ancora alla ricerca di uno stile personale, siamo ben lungi dalle ambientazioni e dalle tematiche che di lì a qualche lustro lo consacreranno come maestro della paura. Tre anni dopo, però, un altro racconto su Weird Tales segna la strada: The Outsider è una piccola gemma con finale a capovolgimento della prospettiva, capolavoro di stile, tecnica e atmosfera che ancor oggi mi piace rileggere per ricordarmi come si scrive. Voce narrante in prima persona, per calare il lettore nella storia, un senso di solitudine quasi soffocante e una conclusione che getta le fondamenta per quella fortezza affacciata sull'Ignoto che Lovecraft costruirà racconto dopo racconto, senza mai deviare dal percorso prestabilito. Inutile dire che chi ha letto il pezzo vi avrà trovato molto di autobiografico: The Outsider, tra le altre cose, è anche una delle confessioni più esplicite dell'uomo Lovecraft affidate alla penna del Lovecraft scrittore.

Passano gli anni e Lovecraft diventa un mostro. Crea universi, miti, pantheon di divinità abominevoli, costruisce una geografia del terrore che va dal Polo Sud (At the Mountains of Madness) alle sabbie dell'Egitto (Under the Pyramids), dagli abissi marini (“The Call of Cthulhu”) alle profondità delle miniere (The Transition of Juan Romero). Inventa il più famoso libro inesistente della storia, il Necronomicon, e lo popola di maledizioni e profezie infauste che annunciano la venuta di demoni distruttori e viaggiatori interstellari pronti a fagocitare il mondo. Filo conduttore di tutte queste storie è sempre lo stesso: l'incommensurabile, schiacciante impotenza degli esseri umani al cospetto di forze talmente immense da non accorgersi nemmeno della nostra esistenza, entità che si lasciano combattere quasi per noia, consapevoli di non poter essere sconfitte. È qui che si pone l'accento su una delle più grandi differenze tra il gotico ottocentesco e il weird lovecraftiano: i mostri classici possono essere affrontati e sconfitti, mentre non c'è partita contro le entità dell'Altrove. I fantasmi possono essere scacciati, i vampiri uccisi con un paletto nel cuore, perfino la creatura del dottor Frankenstein ha i suoi punti deboli. Si tratta di entità fondamentalmente derivate dall'uomo, aberrazioni che rispecchiano il nostro subconscio e simboleggiano la lotta della nostra parte “buona” contro quella deviata e oscura che alberga in noi. Cos'è Dracula, se non l'emblema delle nostre passioni più abbiette e animalesche? Cos'è il mostro di Frankenstein se non la metafora del tentativo dell'uomo di ricreare se stesso, sostituendosi a Dio? Il gotico ci mostra la lotta dell'uomo contro un ultraterreno relativamente “vicino”, in cui possiamo riconoscere noi stessi e comprendere le tematiche che gli autori mascherano dietro le storie. Il gotico parla della battaglia dell'uomo contro l'uomo, battaglia che può essere vinta da uomini giusti e retti, uomini che sfidano le tenebre e tornano vincitori. In Lovecraft non c'è nulla di questo. I suoi protagonisti sono già condannati, i loro tentativi di sottrarsi al destino che li attende appaiono tanto drammatici quanto patetici. La maggior parte delle volte, sconfitti, si limitano descrivere la catastrofe che progressivamente li schiaccia, sopraffatti dall'indicibile immensità di ciò che hanno avuto la sfortuna di incontrare. Nyarlathotep , Cthulhu, i Grandi Antichi e tutte le altre entità create da Lovecraft non hanno nulla di umano: anzi, sono l'esatta negazione dell'umanità, qualcosa di talmente lontano da noi da risultare impossibile da comprendere. Lovecraft aveva capito una cosa talmente semplice da apparire ovvia: il sentimento più antico e istintivo dell'uomo è la paura. E la paura più grande è quella dell'ignoto.

Terminerò questo articolo citando alcune storie di Lovecraft che a mio parere hanno rivoluzionato il modo di intendere alcuni generi fantastici, e a allo stesso tempo hanno posto le basi per lo sviluppo futuro degli stessi. Si tratta dei miei racconti preferiti, ma forse anche da un punto di vista oggettivo possono essere annoverati tra i suoi migliori. Ne citerò solo tre, per amore di brevità. Sappiate che quelli meritevoli di essere menzionati sarebbero più del triplo.

The Dream in the Witch House (1933)
È uno dei racconti più “classici” di Lovecraft, un horror. Riesce comunque a gettare uno sguardo nuovo sul genere, grazie alla forte componente onirica e al senso di condanna in esso insito, assente nei lavori del secolo precedente. Non si scappa dalla casa della strega, sonno e veglia sono due facce della stessa terribile medaglia e la fine non può essere che tremenda. Aggiungete che in questa storia compare una delle creature più viscide, disgustose e maligne di tutta la letteratura del '900, e il gioco è fatto: Brown Jenkin, il ratto con il volto umano che accompagna la strega, è qualcosa che non si dimentica. Avevo sedici anni quando lessi per la prima volta questo racconto. Ora ne ho troppi, ma le sensazioni che mi provoca sono sempre le stesse, e Brown Jenkin, che nella storia non dice nulla di coerente, è ancora lì a squittire le sue maledizioni con la sua vocina da demonio.

The Shadow over Innsmouth (1936)
Un capolavoro. Qui il racconto del terrore si fonde con la detective story e le tematiche più care a Lovecraft, quelle delle stirpi non-umane che abitano in segreto la Terra. Questo lungo racconto è la naturale evoluzione di Dagon, datato 1919 e a mio parere troppo acerbo. Se Dagon era un primo sguardo sulla razza di esseri metà pesce e metà anfibio che da tempo immemore si stabilirono nel nostro mondo, The Shadow over Innsmouth ci mostra cosa è successo millenni dopo, quando il sangue di quelle creature si è mescolato a quello degli abitanti di una cittadina del Massachussets attraverso generazioni di accoppiamenti contro natura. Anche qui, dietro l'investigazione che accompagna la storia, c'è il sempre presente senso di ineluttabilità del proprio destino: il protagonista è già condannato prima di mettere piede a Innsmouth, quello che all'inizio è un viaggio di piacere sulle orme dei luoghi cari alla sua famiglia si rivela essere il richiamo di qualcosa che gli abita dentro e lo lega, senza possibilità di salvezza, alla cittadina. L'ultima scena, in cui figure deformi e bestiali si stagliano contro il cielo notturno illuminate dalla luna, è da applausi. Giuseppe Lippi, massimo studioso di Lovecraft in Italia, ha definito questo racconto il punto più alto della carriera dello scrittore americano.

The Colour out of Space (1927)
Il mio preferito in assoluto, ancor oggi insuperabile mix di horror e fantascienza. In questo racconto Lovecraft somministra la tensione e l'orrore con il contagocce, guidando il lettore in una progressiva discesa fino alle viscere di una morte che arriva da oltre le stelle, sulle ali da insetto dei Grandi Antichi. Ciò che davvero risalta in questo lavoro è l'assoluto senso di smarrimento degli uomini di fronte a qualcosa che li uccide lentamente e che non riescono assolutamente a spiegare, la resa della ragione al cospetto di forze tanto schiaccianti quanto invisibili. Se leggete questo racconto vi ritroverete, verso la fine, davanti alla porta di una soffitta. Aprendola insieme al protagonista e gettando uno sguardo a ciò che c'è dall'altra parte capirete cos'è davvero l'orrore così come lo intendeva Lovecraft, e un brivido vi percorrerà la schiena.

Bene, per ora è tutto. Ci sarebbe ancora tanto da scrivere su Lovecraft, ma questo articolo non pretende di essere un vademecum in materia, piuttosto un'introduzione allo scrittore e uno sprone a conoscerlo per chi non ha mai letto nulla di suo. Del weird tornerò a parlare più in là, citando altri scrittori e lavori meritevoli, vecchi e nuovi. Buona domenica e buon proseguimento. Magari ci ritroviamo qui la prossima settimana.