venerdì 15 maggio 2015

Banshee: la formula di un successo televisivo

Prima di iniziare, due parole sul banner che vedete nella sidebar del blog: si tratta del mio nuovo romanzo, un pulp/thriller umoristico ambientato nel sud Italia. Chi l'ha letto finora ne è rimasto positivamente impressionato, si tratta anche di un romanzo piuttosto autobiografico per certi versi, differente dalle cose che ho scritto in precedenza e che scrivo di solito. Scazzottate, criminali, droga e situazioni al limite dell'assurdo, roba che qualcuno (forse dopo aver fumato roba buona) ha paragonato a una sceneggiatura di Tarantino e altri all'Ispettore Coliandro di Lucarelli. Se ci cliccate sopra vi porta alla pagina Amazon dove lo potete acquistare in formato ebook a un prezzo decisamente contenuto, e se decidete di farlo mandatemi pure due righe per farvi sapere se vi è piaciuto. Stop alla pubblicità, parliamo della miglior serie TV degli ultimi tre anni. Parliamo di Banshee e dei motivi del suo successo.







Prodotto dalla Cinemax e creato da Jonathan Tropper e David Schickler della Your Face Goes Here, Banshee narra le gesta di un ex-galeotto incarcerato per furto (di cui non conosceremo mai il vero nome) che, scontata la condanna, si reca in una cittadina della Pennsylvania (Banshee, appunto) per rivedere la sua vecchia amante e complice, che adesso ha cambiato nome, uomo e vita. Da qui, fin dalla prima puntata, una serie assurda e convulsa di eventi lo porterà a ritrovarsi a impersonare il defunto sceriffo locale Lucas Hood, e a dividersi tra una vita al servizio della legge e un'altra parallela, in cui continua la sua attività di ladro. La sua indole inquieta lo porterà a farsi un fottìo di nemici di quelli brutti e cattivi, ma brutti e cattivi davvero, mentre tramite flashbacks recuperemo il suo passato e tutto il dolore che ha dovuto sopportare quando era più giovane. Intanto scoprirà anche di essere padre, e dovrà gestire il difficile rapporto con una figlia adolescente e ribelle che fino ad ora ha ignorato la sua esistenza.

Se vi sembra una storia semplice e tutto sommato non tanto originale, be', vuol dire che non avete guardato la serie. A partire da questo plot Banshee si sviluppa in così tante situazioni e sottotrame da costituire una sorpresa continua, un vero capolavoro di sceneggiatura che solo in alcuni brevi punti della seconda stagione accusa piccoli cedimenti, riprendendosi poi alla grande nella terza. Inutile parlare della prima stagione, perché è a mio parere un capolavoro assoluto.



Il cast:

Senza pescare nomi di grido, Banshee si dota di una squadra di attori assolutamente fantastici e perfettamente a loro agio nei ruoli che interpretano. Prendiamo Lucas Hood, interpretato da Anthony Starr: Starr ha tre espressioni davanti alla macchina da presa: quella in cui è incazzato prima di rompere il culo a qualcuno, quella in cui sta per piangere e fa gli occhioni da cerbiatto e quella in cui sorride e gli si vedono tutte le rughe intorno agli occhi. Eppure il personaggio gli calza a pennello, cucitogli addosso con maestria innegabile, al punto che per questo attore sarà difficile intrepetare altri ruoli senza che il pubblico si aspetti di vederlo comportarsi come Hood. 

Hood al termine della scazzottata quotidiana
 

E che dire di Hoon Lee nei panni del gayssimo Job, l'amico di sempre di Hood, mago dei computer, esperto di arti marziali e fanatico di moda? Ogni maledettissima battuta di Lee fa scompisciare dalle risate, al punto che nei pochi episodi in cui non appare la sua assenza si nota eccome, ogni sua singola apparizione sulla scena, espressione facciale o gesto è studiato nei dettagli per conferire profondità al personaggio. 

Job in uno dei suoi outfit più sobri
 

Per non parlare di Ulrich Tomsen (nei panni del boss criminale olandese Kai Proctor), che con il suo sguardo di ghiaccio e il suo parlare tagliente riesce a farsi amare e odiare allo stesso tempo. 


Quando non ficca qualcuno nella tritacarne del suo mattatoio, Kai Proctor appare una persona del tutto normale
 

Sono solo tre esempi, ma spero che bastino per farvi un'idea del lavoro che c'è dietro alla scelta di questo cast, meticoloso a dir poco. E poi, seguendo a parlare di questo, una nota a parte la merita...



Il cast femminile:

Semplicemente, in Banshee ci sono le attrici più fighe mai viste sul piccolo schermo. Punto. Da Ivana Milicevic (Anastasia/Carrie, la donna di Hood) a Trieste Kelly Dunn (la poliziotta Siobhan Kelly), passando per la stupenda Odette Annable (nei panni di Nola Longshadow) e terminando con quel dono di Dio che è Lili Simmons (Rebecca Bowman), Banshee è una gioia per gli occhi di qualunque maschio, una scelta furba della produzione per inchiodare lo spettatore allo schermo laddove questi non trovi altri motivi di interesse. Non ci credete? Ecco...



Ivana Milicevic


Trieste Kelly Dunn

Odette Annable 

Lili Simmons

Siete ancora vivi? Okay, andiamo avanti...
La caratterizzazione dei personaggi:
Banshee è un piccolo vademecum su come si creano e si sviluppano i personaggi. Ognuno di esso, da quelli principali a quelli secondari, ha una sua storia e un passato che viene mostrato e raccontato per conferire loro spessore, cosa che insieme ai dialoghi fantastici contribuisce a renderli parte integrante della storia. Quando poi i personaggi si incontrano al culmine di situazioni di tensione narrativa (spesso questo significa la morte di uno di loro) lo spettatore, che ne conosce il background, si ritrova a fare il tifo per l'uno o per l'altro a seconda delle inclinazioni personali, senza essere sicuro di chi avrà la meglio. Sì perché la serie è pervasa da un gusto per il character killing degno de Le Cronache del Ghiaccio e del Fuoco di Martin, dove non è affatto scontato che un personaggio primario sopravviva allo scontro con una comparsa, e dove la morte è sempre in agguato pronta a farci saltare sulla sedia esclamando "cazzo, no, non lui!"



Il sesso spinto:

Una volta che abbiamo attrici così, le vogliamo vedere vestite? Neanche a parlarne! Un'altra scelta smart di Banshee, una specie di marchio di fabbrica, sono le scene di sesso al limite del soft porno. Soprattutto nella prima stagione, ma un po' in tutte e tre, non passa puntata dove qualcuno non scopi di brutto, e all'immaginazione viene lasciato davvero poco. Il sesso non è comunque messo lì a casaccio, ma piuttosto rappresenta una tra le tante pulsioni ai quali i personaggi cedono, assieme alla brama di soldi e potere, una delle molle che li mette in moto e li spinge a rischiare tutto pur di ottenere ciò che vogliono.



La violenza e le sequenze di combattimento:

Banshee non ci va giù leggero in quanto a violenza. Tra gente ammazzata con bottiglie di ketchup infilate in gola, teste mozzate da autotreni in corsa, carotidi strappate a mani nude e torture di tutti i tipi il sangue scorre a fiumi e senza alcuna censura, catapultando la serie nella categoria delle strictly over 18. La sceneggiatura e il montaggio si compiacciono di questa scelta e giocano con la violenza estrema rendendo ogni morte una piccola opera d'arte visuale, senza mai scivolare nel pacchiano e nel banale.



Una nota a parte per i combattimenti, i migliori mai visti in TV (ma mi dicono che Daredevil in questo senso li abbia superati, vedremo). Praticamente ogni attore di Banshee, donne incluse, è un semi-professionista di arti marziali e uno stuntman capace, e l'allenamento prima di girare ogni puntata deve essere tutt'altro che semplice. Sequenze di combattimento lunghissime, estenuanti, maledettamente reali, dove la camera fa meraviglie con le inquadrature e i punti di vista e i colpi lasciano il segno sulla carne e le ossa come raramente s'è visto altrove. La squadra di coreografi messa insieme dalla produzione per curare questo aspetto è mostruosa, i combattimenti appaiono non realistici, ma reali in tutto e per tutto, e non ce n'è uno uguale all'altro, ognuno di essi resta impresso nella memoria e vi ritroverete a guardarli e riguardarli più volte perché sono così e articolati e frenetici che inevitabilmente vi sarà sfuggito qualcosa. Leve, proiezioni, grappling, armi non convenzionali, Kung-Fu, pugilato, Ju-Justsu, c'è di tutto. Un altro trademark della serie, senza ombra di dubbio.



Carrie e il suo nuovo marito Gordon si bevono un gruppo di ragzzini in una piscina.


Le tematiche:

In Banshee c'è una delle più belle storie d'amore che io abbia mai visto. Hood e Anastasia, Anastasia e Hood. Il loro passato, il presente e un futuro difficile da immaginare, perché le loro vite sono cambiate ed è passato troppo dolore tra loro, troppe lacrime e troppa morte. Hood è l'uomo che non si arrende, che non accetta che le cose siano cambiate, che vuole riprendersi la sua donna a ogni costo. Anastasia è la donna che vuole cambiare vita e vivere in maniera normale, anche rinunciando al vero amore, ostinata nella ricerca di una serenità che non ha mai avuto. In tre stagioni vedremo il loro rapporto evolversi e cambiare, li vedremo provarci e arrendersi, mollarsi e riprendersi, tradirsi, tentare di dimenticarsi, picchiarsi e dormire insieme. L'amore come ponte lanciato al di là di tutto, forza inarrestabile che avvicina persone che dovrebbero, per il loro stesso bene, tenersi lontane l'una dall'altra. Non si può però cancellare quello che è stato, e la quarta stagione probabilmente metterà un punto deciso sulla loro storia, per adesso ancora in bilico.



Anche il rapporto tra Hood e sua figlia Deva (interpretata dalla giovane e brava Ryann Shane) è molto ben strutturato e costituisce una delle trame principali. La difficoltà dello scoprirsi genitore quando si è condotta una vita senza radici e sempre in fuga trasforma Hood in un uomo goffo e impacciato, combattuto tra l'istinto di mollare tutto e fregarsene e quello paterno che invece gli dice che dovrebbe restare e prendersi cura di questa ragazzina. Pian piano vedremo il ghiaccio tra i due sciogliersi e il rancore dissiparsi, diventare complici e scoprire affinità che non avrebbero mai creduto di avere.



Ultimo aspetto, i sentimenti negativi che muovono molti dei personaggi della serie. Come detto, in Banshee i cattivi sono cattivi davvero, dei veri bastardi che non esitano ad arrampicarsi su cumuli di cadaveri per raggiungere i loro scopi. I soldi, il sesso, il potere, la prevaricazione, la gelosia, il possesso, la vendetta, sono la scintilla che dà vita agli incendi personali che bruciano l'anima di questi villains, spesso spingendoli molto al di là di quanto si fossero prefissati. Non si redime nessuno in Banshee, semmai il contrario. Personaggi che all'inizio appaiono tutto sommato positivi subiscono un twist verso la cattiveria che li trascina verso un baratro inevitabile, unendosi ad altri personaggi cattivi che a loro volta si uniscono o combattono altri. In sottofondo, la tematica della malvagità intrinseca dell'animo umano vista spesso non come fine a se stessa, ma come strumento naturale e funzionale al raggiungimento di soddisfazioni terrene. Non si va da nessuna parte facendo i buoni, questo è poco ma sicuro. Non a Banshee, almeno.



Per chiudere, da tre anni a questa parte Banshee è a mio parere la miglior serie TV in circolazione, capace di rivaleggiare con capolavori passati come Breaking Bad e The Shield. Non so quante stagioni ci saranno, ma l'enorme successo riscontrato e l'adorazione al limite del fanatismo dei fan (cercate su Internet, resterete sorpresi) mi fa pensare che abbiamo davanti ancora molti episodi di questa serie, perché un prodotto del genere è una macchina da soldi e alla Cinemax non credo proprio siano degli sprovveduti.



Bene, io ve l'ho detto, se non lo guardate peggio per voi. Un saluto, e a presto!

domenica 3 maggio 2015

"Urban Gothic" e "Ghoul" - due romanzi di Brian Keene

Casini. Ho dei casini, ragazzi, e alcuni sono brutti. Pessime giornate e mal di schiena, due di picche, nottatacce, sbronze cattive, mezze risse, illusioni, voli pindarici, indecisioni, gatti che mi seguono dopo il tramonto, autobus che non passano, bruciori di stomaco, ragni giganti, coinquilini, colleghi, pioggia e vento. Casini. Come li hanno tutti, ma a volte sono un po' troppi. Mi tengono lontano dal blog, distolgono la mia mente dalla concentrazione di cui avrei bisogno, sottraggono linfa vitale alla mia creatività, in altri termini mi scassano il cazzo. Quando uno ha dei casini che fa? Pensa a chi sta peggio di lui per consolarsi. E chi è che sta peggio di tutti? Be', chiaro: i personaggi dei libri horror, quei poveri cristi che ne passano di tutti i colori e si spaventano a morte, sanguinano, crepano a frotte come mosche solo per regalarci qualche ora di intrattenimento e farci volare via dai casini della vita reale che ci attanagliano.

Così, deciso a fuggire dalla mia miserabile realtà, ho letto due libri di Brian Keene, autore horror americano molto aprrezzato che alcuni ritengono (non del tutto a torto, ma non completamente a ragione) una sorta di erede di Stephen King. Keene non mi ha troppo impressionato con il primo libro che ho letto, mentre il secondo mi è piaciuto molto. I libri sono, nell'ordine, Urban Gothic e Ghoul.




Autore ormai affermato e pluripremiato (tra i riconoscimenti più prestigiosi il Bram Stoker Award ricevuto per il romanzo The Rising), Keene è uno scrittore che ha imparato molto bene la lezione di King e l'ha rielaborata con un gusto per la violenza e lo splatter che alla lunga me lo fa preferire a molte cose del buon Stephen. Sarà quell'atmosfera "anni '80" che mi ha fatto tornare in mente i vecchi film che davano su ItaliaUno durante "Notte Horror", oppure il non censurarsi nelle scene di squartamenti o uccisioni, sarà lo stile semplice ma diretto che non lascia spazio a pause di sorta o le trame che, lungi dall'esser capolavori, scorrono però liscie e coerenti, fatto è che Keene secondo me fa centro con poche frecce al suo arco, perché sa scoccarle bene. Keene scrive per gli appassionati del genere e non vuol essere mainstream a tutti i costi, se ne sbatte di creare capolavori e per questo ha successo. Del resto sa scrivere, e non gli mancano le basi per rielaborare a suo modo argomenti che potrebbero apparire, in mani meno capaci, triti e ritriti. Con pochi elementi mette su storie che si lasciano leggere con piacere e soddisfano chi nell'horror cerca il sangue, le budella esposte e qualche momento di tensione, lasciando ad altri il compito di avventurarsi oltre le ancora inesplorate frontiere della letteratura "di paura". Questa opinione è naturalmente basata sui due libri di Keene che ho letto finora, e non è detto che non possa cambiare quando ne leggerò altri. Ma per ora parliamo, per iniziare di Urban Gothic.




Trama:
Di ritorno da un concerto, alcuni teenagers bianchi, ricchi e di buona famiglia, naturalmente strafatti e ubriachi, si ritrovano di notte con l'auto in panne in un quartiere abitato da neri poveri e più o meno delinquenti. Ne nasce una caciara che porterà i ragazzi a rifugiarsi all'interno di una vecchia casa che sembra abbandonata, ma che invece abbandonata non è, essendo invece abitata da un gruppo di mutanti cannibali che inizia a braccarli con l'intento di cucinarli per cena. La casa, scopriremo ben presto, funziona come una vera e propria trappola, con porzioni che scorrono su se stesse e passaggi che scompaiono, tagliando ogni via di fuga ai protagonisti i quali uno a uno vengono massacrati come agnelli al mattatoio. In questa prigione infernale i ragazzi bianchi e quelli neri si ritrovano gomito a gomito e devono fare fronte comune per sopravvivere, le differenze sociali e razziali si annullano e l'unico scopo diventa andare avanti a ogni costo. Ma una cosa sarà chiara ben presto: da lì non si può uscire, e l'unica cosa che resta da fare e cercare di restare vivi il più a lungo possibile, sperando che l'alba porti una salvezza che, man mano che si avanza nel libro, assume sempre più i tratti di una chimera irraggiungibile.

La trama è tutta qui. Il resto sono teste sfasciate, corpi smembrati, torture, mostri e depravazioni varie. Se splatter dev'essere splatter sia, sembra dire Keene, e allora via con la mattanza in puro stile survival horror, dove in ogni scena sappiamo che qualcuno ci rimetterà le penne, nessun limite all'immaginazione malata è consentito. Da applausi il gigante microcefalo che se ne va in giro con un martello da mezzo quintale e, dopo aver ucciso le sue vittime, le "marchia" con una forma di violenza che non augureremmo nemmeno al nostro peggiore nemico. Una sorta di Le colline hanno gli occhi concentrato all'interno di un'abitazione, claustrofobioco e serrato nel ritmo sebbene tutt'altro che innovativo nella trama. La tensione c'è, garantita da ogni porta che cigola rivelando stanze pregne di nuovi orrori, da ogni scalinata che si inabissa in seminterrati bui e infestati di mostri, da ogni tentativo di fuga che finisce inesorabilmente per fallire davanti all'organizzazione dei mutanti che agiscono come un gruppo di cacciatori perfettamente addestrati. Keene si diverte a mostrarci l'inesorabilità del destino degli esseri umani davanti a forze sconosciute e assolutamente incomprensibili, preoccupandosi di concentrarsi più sull'azione che sulla trama in sè, e per questo finendo per lasciare incolmate alcune lacune (in primis dialoghi e caratterizzazione dei personaggi), che però risultano sopportabili se al libro non si chiede più che qualche ora di puro intrattenimento.
Ora invece parliamo di Ghoul.



Trama:
La scuola è finita e Timmy sa che questa estate sarà fantastica. Doug e Barry, i suoi migliori amici, hanno dodici anni come lui, ma non la sua fortuna. Le loro situazioni familiari sono tutt'altro che rosee, ma insieme i tre ragazzini riescono a fuggire dalle brutture del mondo e ricrearsi un universo dove danno vita alle storie dei fumetti che leggono, dei cartoni animati che guardano e alle avventure che essi stessi inventano. Siamo negli anni '80 e la cittadina di provincia dove vivono è un immenso campo da gioco per loro, gli adulti e i bulli della scuola sono i nemici giurati e il loro covo segreto, scavato in profondità all'interno della terra del cimitero, è il segreto che custodiscono più gelosamente.
Ma quell'estate non sarà divertente. Non sarà tranquilla, anzi, li segnerà per sempre. Nello stesso cimitero dove giocano e sognano di essere eroi medievali, cavalieri spaziali o personaggi degli albi Marvel, qualcosa si è risvegliato. Qualcosa costretto a nutrirsi di cadaveri per un'eternità che ora ha deciso di provare il gusto della carne fresca e del sangue caldo, di sfidare il comandamento che lo teneva prigioniero nei meandri del sottosuolo, di riprodursi e allevare la sua progenie. Timmy, Barry e Doug saranno gli unici a combattere il ghoul, il divoratore di corpi morti, e il prezzo che pagheranno li accompagnerà per il resto delle loro esistenze. L'estate tanto aspettata segnerà la fine della loro infanzia, proiettandoli in un incubo dal quale solo a fatica, e non senza cicatrici, riusciranno a tirarsi fuori.

Ottimo romanzo horror con un piacevolissimo taglio alla Stand by me, è qui che vediamo come Keene sia debitore di alcune ambientazioni e atmosfere kingiane e le rielabori secondo la sua personale impostazione. L'estate, l'adolescenza spensierata in cui tutto è un'avventura, i bulli, l'esplorazione, il difficile rapporto con i "grandi", c'è molta carne al fuoco qui oltre all'horror. Apprezzabilissimo, e tutt'altro che secondario nel libro, il focus sulle situazioni familiari dei tre ragazzi. Doug vive con una madre mentalmente disturbata che da quando il marito l'ha mollata per una cameriera lo sottopone a morbose attenzioni, Barry ha un padre alcolizzato e violento, Timmy sembra vivere nella famiglia perfetta ma con l'andare della storia vedrà crollare questa bugia. Keene insiste molto su questo aspetto finendo per tratteggiare molto bene i tre piccoli protagonisti e i loro parenti, riuscendo a fare un lavoro in questo senso di molto superiore al libro trattato in precedenza. Se in Urban Gothic assistevamo alla morte dei personaggi senza troppa partecipazione, in Ghoul ci scopriamo a trattenere il fiato con loro e a sperare che la scampino, ci rattristiamo per le loro sfortune e piangiamo e ridiamo con loro mano a mano che il romanzo procede. Si tratta di una storia di formazione in cui il ghoul è più che altro una figura di sfondo, metaforica se vogliamo, il simbolo orribile di ciò che all'improvviso irrompe nell'idillio spensierato dell'adolescenza cancellando per sempre ciò che da ragazzini siamo portati a pensare possa durare in eterno. C'è molta meno violenza in questo romanzo, ma di certo quella che c'è è ben descritta. Keen si concentra più sulla storia e sui personaggi, sui rapporti e sui sentimenti, lasciando che la trama principale proceda senza fretta, fino al finale tutt'altro che sorprendente ma conunque coerente con un libro del genere. Consigliato.

Finito. È domenica, il tempo fa schifo e tra una settimana a quest'ora sarò quasi in Italia. I casini, quelli per oggi cercherò di dimenticarli, sperando che le cose migliorino. Dopotutto non ci sono mutanti in casa e il più vicino cimitero dista parecchi chilometri. Dovrei essere al sicuro.
Forse.
A patto che quei gatti che mi seguono di sera in realtà non stiano tramando qualcosa alle mie spalle. 
Ce n'è giusto uno sotto la finestra che mi guarda. 
E chi è quella vecchia affacciata alla finestra di fronte che mi guarda con un sorriso malevolo?
Ci penserò dopo, ora devo pagare l'affitto. I passi sulle scale e il rumore di una motosega mi dicono che il padrone di casa è arrivato, e che questo mese non accetterà pagamenti rateizzati.


domenica 12 aprile 2015

"Z Nation" vs "The Walking Dead": non c'è partita

The Walking Dead:
"Sigh, sob, il mondo è finito, c'è stata un'apocalisse e le città sono piene di zombie che si muovono lentissimi e a me in fondo dispiace ammazzarli, io sono un poliziotto dal cuore tenero e c'ho pure un bambino cui devo badare. Formiamo un gruppo per non sentirci soli, iniziamo una specie di telenovela sull'intreccio dei rapporti tra i personaggi e ogni tanto ammazziamo qualche zombie. Vagando attraverso gli Stati Uniti alla fine giungeremo in un luogo misterioso dove scopriremo un GOMBLOTTO che getterà nuova luce su questi avvenimenti nefasti e ci porterà più lontano, dandoci la possibilità di riflettere su noi stessi e su ciò che proviamo neanche fossimo in un film di Ozpetek. Scusateci se vi annoierete. Il nostro scopo è disquisire sulla natura umana quando le leggi della società vengono meno e l'uomo si ritrova davanti all'atavico bivio che da una parte conduce all'abbandonarsi agli istinti più bestiali e dall'altra alla dolorosa conservazione di quei principi morali che lo differenziano dalle specie inferiori.
Come dite? Ho uno zombie attaccato alla gamba che mi sta masticando il polpaccio? Oh, deve essere così affamato, poverino, sigh, sob..."


Z Nation:
"Porca puttana, il mondo è finito, c'è stata un'apocalisse e le città sono piene di zombie che si muovono come centometristi impasticcati di speed e io in fondo godo ad ammazzarli, io sono un ex sergente della Guardia Nazionale e ho un martello con cui sfondo i crani di questi cadaveri ambulanti come fossero gusci d'uovo. Formiamo un gruppo con lo scopo di sopravvivere, mettiamoci dentro tre tettone di etnie diverse, un dottore hippie appassionato di droghe, un ragazzino con una mira infallibile e un belloccio biondino e facciamoci un coast-to-coast negli USA per accompagnare in California un ex-galeotto nel cui DNA risiede l'unica speranza della razza umana. Viaggiando attraverso gli Stati Uniti con l'unico aiuto di un nerd intrappolato in una base polare che comunica con noi per mezzo di sistemi satellitari massacreremo caterve di zombie usando mazze chiodate, fionde, motoseghe, frullatori, bombe a mano e chi più ne ha più ne metta, e alla fine incontreremo un supercattivo pazzo come una scimmia schizofrenica. 
Scusateci per la violenza, ma questa è l'apocalisse e dobbiamo sopravvivere.
Come dite? Uno zombie si avvicina? Datemi un attimo... BANG! Ecco fatto. Oh, cazzo, non era uno zombie..."


Okay, non era difficile fare meglio di The Walking Dead, quindi non ci spelleremo le mani ad applaudire Z Nation. Più che altro interessa forse capire perché questa serie TV uscita da poco e arrivata alla fine della prima stagione ha funzionato. Ha funzionato perché Z Nation è quello che una serie sugli zombie dovrebbe essere, e perché segue con fedeltà la lezione romeriana marchiata a fuoco sin dal lontano 1978 con L'alba dei morti viventi.

Creato da Karl Schaefer e Craig Engler e trasmesso dalla Syfy, Z Nation si basa su una premessa semplice ma interessante, un'idea che da sola è in grado di giustificare la trama: Murphy (interpretato da Keith Allan), un galeotto su cui una dottoressa ha testato un vaccino sperimentale anti-zombie, è l'unico essere umano sopravvissuto ai morsi dei morti viventi senza restarne infettato. Nel suo sangue risiede il vaccino, e quindi è l'uomo più importante del mondo, tanto che un gruppo di uomini e donne rischierà tutto per farlo arrivare in un laboratorio in California. 

La trama è tutta qui. Il resto sono puntate strutturate come livelli di un videogame, in cui i protagonisti devono falcidiare orde di zombie usando le armi più disparate. L'intreccio è se vogliamo stupidotto, ma l'adrenalina è sempre alta, l'azione è veloce e ci sono ettolitri di sangue, quintali di budella esposte e tonnellate di cervelli che schizzano ovunque. Allan è l'unico attore degno di nota del cast insieme forse a Russell Hodgkinson che interpreta Doc, per il resto siamo su un livello di recitazione mediocre ma sapete una cosa? Chi se ne frega. Tra battutacce, zombie ridicolizzati in perfetto stile romeriano, attrici poco vestite e violenza a go-go Zombie Nation rappresenta un intrattenimento perfetto, la classica serie da guardare per riposare il cervello dopo una dura giornata di lavoro. I creatori lasciano ad altri il compito di addentrarsi in tematiche profonde e riflessioni esistenziali, preferendo concentrarsi sull'azione e sull'umorismo. E non ci sono limiti alla violenza, non c'è quel "politically correct" che dava tanto fastidio in The Walking Dead. Se apocalisse deve essere, che apocalisse sia, e allora via con neonati zombie massacrati a martellate, biker assassini, comunità di cannibali, zombie mangiataori di viagra che se ne vanno in giro a uccello duro e chi più ne ha più ne metta. Okay, non è Sherlock e non è nemmeno True Detective, ma credo che ormai ci foste arrivati, no?


"Nice shot, kid!"

Insomma, Z Nation si fa preferire a The Walking Dead perché non pretende. Z Nation è grossolano, dozzinale, sboccato, truculento, fracassone, demenziale, insomma tutto quel che una serie TV sugli zombie dovrebbe essere, perché mica vogliamo davvero essere seri quando parliamo di morti viventi?
Serie consigliata a patto che non vi aspettiate un capolavoro, e il vostro obbiettivo sia solo farvi quattro risate insieme a un pugno di personaggi che, inevitabilmente, finiranno per starvi simpatici.

See you.
And aim for the head!

lunedì 6 aprile 2015

"Il cuore nero di Paris Trout" di Pete Dexter

Se seguite questo blog ricorderete forse che avevo già parlato di Pete Dexter in questo post dedicato ai romanzi di gangsters, dove Dexter veniva citato per il suo bel "Così si muore a God's Pocket". Era, quello, un romanzo dal taglio umoristico in cui si rideva amaro, una dissertazione sull'animo umano e sulla società americana che assumeva toni a volte leggeri e altre molto profondi, in cui il comico e il tragico andavano perfettamente a braccetto ricreando uno spaccato della provincia a stelle e strisce in cui si muovevano personaggi perfettamente caratterizzati. Avevo espresso la volontà di leggere di più di Dexter, e infatti mi son comprato un altro suo romanzo, "Il cuore nero di Paris Trout".



Cotton Point, Georgia. Neri e bianchi convivono gomito a gomito in uno spazio che sembra troppo piccolo per le differenze e le diffidenze che esistono tra loro, povertà e benessere sono alla portata di una svolta d'angolo e i diritti non sono uguali per tutti. Paris Trout è un quasi sessantenne con una madre in ospizio e un negozio che usa anche come ufficio per prestare denaro. Lo gestisce insieme alla moglie Hanna, che per sposarlo ha rinunciato ai sogni di una carriera come insegnante, salvo poi pentirsene quando ha scoperto chi era davvero suo marito. 
Sì, perché Paris Trout è cattivo. Più che cattivo. Paris Trout è ossessionato, disturbato, a tratti inumano. Paris Trout è un uomo che vive secondo dei principi che sono solo suoi, e si attiene ad essi anche se il resto del mondo non li riconosce. Paris Trout presta denaro indifferentemente a bianchi e neri, non fa discriminazioni in questo. Pretende solo una cosa: di essere pagato. 

Ma un giorno accade qualcosa. Uno dei ragazzi di colore cui ha prestato soldi non può pagare, così Trout si reca a casa sua per riscuotere e commette qualcosa per cui l'intera città inizierà a temerlo, riconoscendolo per il mostro che avevano sempre sospettato che fosse. Da qui in poi la sua anima precipita all'inferno e la sua mente cessa di essere lucida, e Paris Trout inizia la sua guerra personale contro i tribunali, contro la moglie, contro l'intera nazione degli Stati Uniti. Nessuno riuscirà a farlo ragionare, e chi si metterà sulla sua strada avrà l'occasione, guardando nei suoi occhi, di assaporare il più oscuro e raccapricciante segreto che attanaglia alcuni esseri umani. Finirà male per Cotton Point, malissimo. Paris Trout lascerà nella cittadina un segno indelebile, rovinando, come un morbo che contagia tutti gli organismi che incontra, le vite di coloro che avranno la sfortuna di gravitare nella sua orbita. 

Fenomenale romanzo che sbugiarda il Sogno Americano e indaga le radici del razzismo insito nell'animo di una popolazione che, a livello inconscio, non ha forse mai fatto i conti con se stessa e con le sue origini. "Il cuore Nero di Paris Trout" raggiunge cime di tensione drammatica e di profondità contenutistica raramente riscontrate altrove, arrischiandosi a indagare i territori insondabili della pazzia e dell'ossessione tramite la vita di Paris Trout, un uomo che vive come se fosse il solo essere umano in un mondo popolato di formiche. Paranoico, avaro, pieno di pistole e fucili con cui difende il suo patrimonio, diffidente nei confronti del fisco e del governo, razzista ma disposto a fare affari con tutti, Paris Trout è l'icona di un tipo d'americano duro a morire, l'uomo che si è fatto da solo e che non accetta che nessuno, né la legge né il prossimo, gli mettano i bastoni tra le ruote. 

Paris Trout non ama sua moglie e non ha amici, ha dei principi che sono chiari solo a lui e non capisce come gira il mondo. Ha anche una determinazione incrollabile, e non esita a infrangere la legge per salvarsi dalla galera quando le cose per lui si mettono male. Ma quello che succede all'inizio della storia, anche se non lo ammetterà mai, lo segnerà in maniera indelebile. Impazzisce pian piano, Trout, come il Mazzarò verghiano di "La roba". "La roba", "la roba", sempre "la roba". Proprio come Mazzarò, Paris Trout accumula beni e ricchezze senza uno scopo preciso, per il solo gusto di possedere, perché altro non sa fare. Ma "la roba", come ci ha già mostrato Verga, non "se ne viene con te" quando muori. "La roba" è solo roba. Anche se per essa uomini come Paris Trout sono disposti a uccidere. 

Paris Trout non lascia nessuno di quelli che incontra indenne. Distrugge vite e ne contamina altre, ossessiona come un incubo la mente di sua moglie Hanna, degli avvocati Seagraves e Bonner, dello sceriffo della città. Paris Trout è lo specchio che mostra ciò che non vuoi vedere, quegli aspetti di te che ti sei sempre sforzato di nascondere e che detesti, che ti sei illuso non esistessero. Alla fine andrà via, non senza rumore e non prima che il sangue sia stato sparso, ma lascerà una cicatrice profonda su Cotton Point. E forse, per sempre, ci si chiederà se in fondo non siamo tutti un po' come lui, come dichiarato sul Washington Post in proposito di questo romanzo il cui successo sta "nel ricordare a tutti noi - con assoluta lucidità e pungente franchezza - fino a che punto siamo capaci di negare il razzismo che portiamo nell'anima per convincerci che siamo innocenti".

Stile duro e senza fronzoli, ritmo serrato, approfondimenti psicologici e sociali sempre a fuoco, questo romanzo proietta Dexter nell'olimpo dei grandi scrittori americani contemporanei. Il libro è stato premiato con il National Book Award ed è ritenuto al momento il capolavoro di Dexter, ed è una lettura assolutamente consigliata per chi vuole indagare sulle zone d'ombra non solo della cultura americana, ma dell'animo umano in generale, su quelle aberrazioni dell'esistenza e della coscienza che generano mostri che a prima vista sembrano cittadini rispettabili, e che per questo fanno più paura di licantropi, zombie e vampiri.  

lunedì 23 marzo 2015

Peaky Blinders - La storia vera, la leggenda, la serie TV

Così è arrivata la primavera, io sono sopravvissuto a San Patrizio e la vitaccia, più o meno, è sempre la solita. Con l'arrivo della primavera le giornate si sono allungate e si son fatte più calde, il sole splende e le ragazze vanno in giro già seminude, il che è inconfutabilmente la prova più lampante che abbiamo dell'esistenza di un Dio benevolo. 

Il posto dove lavoro si chiama Ballycoolin Business Park, ed è circondato da un parco verde. Ci sono centinaia e centinaia di bellissimi conigli, ciccioni e teneri, che passano la giornata a mangiucchiare l'erba, rincorrersi e scavare tane. Siccome sono conigli si accoppiano un sacco di volte all'anno, così di tanto in tanto nascono nuove cucciolate di piccoli che sono ancora più supermorbidi dei genitori, minuscoli ammassi di pelo che ti guardano con quegli occhioni innocenti e ruminano con dei musetti che ti fanno venir voglia di prenderli e strapazzarli di baci.
Mentre lavoro guardo i conigli nel prato fuori dalla finestra e mi sembra che il mondo sia un posto bello, che ogni cosa abbia una sua logica e tutto sia stato creato con uno scopo ben preciso, perfino io.
Ma questa scena bucolica dei conigli che mangiano, giocano e scopano felici è spesso interrotta da un avvenimento di una violenza inaudita: all'improvviso, dal nulla, arrivano di gran carriera dei cani randagi e iniziano a dare la caccia ai piccoli e indifesi animaletti. Questi cani rognosi sono affamati e inferociti da una vita passata in strada, cacciano in branco come lupi, con una strategia precisa, sono organizzati. Un attimo prima nel parco c'è una pace da paradiso terrestre, un istante dopo si scatena l'inferno. I cani braccano i conigli, li intrappolano nei cespugli, li sbranano e li fanno a pezzi. I piccoli fuggono terrorizzati, le madri sono combattute tra l'istinto di conservazione e quello genitoriale, non sanno se mettersi al riparo o proteggere i cuccioli. I cani non mollano fino a quando non hanno preso qualche preda; chiudono ogni via d'uscita, si chiamano e coprono ogni spazio di terreno come uno squadrone della morte in un raid notturno nelle Favelas. I conigli sono stati creati da un Dio benevolo ma un po' smemorato che si è dimenticato di fornire loro la benché minima arma di difesa. E allora scappano più veloce che possono e attraversano la strada che taglia in due il parco,  finendo maciullati sotto le auto e i bus che passano di lì. Oppure si paralizzano per la paura e vengono mangiati, a qualcuno scoppia il cuore per il terrore e lo sforzo della corsa. Noi guardiamo queste scene dalla finestra, e c'è sempre qualcuno che commenta. C'è chi si copre gli occhi e chi guarda con un morboso interesse, chi incita i conigli alla fuga e chi invece parteggia per i cani sostenendo la teoria darwiniana della sopravvivenza del più adatto.
"Fuck, di nuovo i cani!"
"No, poveri coniglietti!"
"Andiamo ad aiutarli, prendiamo pietre e bastoni!"
"Ci licenziano se usciamo."
"Andrei io, ma ho la pausa pranzo."
"Perché nessuno fa nulla? Dov'è la security?"
"Ragazzi, ma non scassate il cazzo, è la natura che fa il suo corso."

Quest'ultima frase, pronunciata spesso dai più nichilisti del gruppo, è vera. I cani non sono cattivi, fanno solo quello che è nella loro natura. Devono nutrirsi, sanno che lì ci sono i conigli e vanno ad ammazzarli. Non c'è malvagità nel mondo animale, le più efferate scene come questa sono totalmente giustificate perché mosse solo dall'istinto naturale. Non c'è odio, non c'è vendetta, non c'è gratuita violenza. I cani di Ballycoolin non sono esseri umani. Uccidono perché devono sopravvivere, e quindi non si può incolparli.

L'essere umano, invece, uccide per un sacco di motivi. Uno di questi è la sete di potere, l'ambizione, la volontà di prevaricare i suoi simili. Questa storia è ben raccontata in Peaky Blinders, una serie TV britannica uscita finora in due stagioni da sei episodi l'una che sono stati trasmessi da BBC Two.




 La serie è ambientata a Birmingham alla fine della prima guerra mondiale e segue le vicende della gang dei Peaky Blinders, realmente esistita. Il nome della banda deriva, stando alla leggenda, dalla peculiare arma che adoperavano nelle risse da strada: pare infatti che usassero cucire delle lame di rasoio nelle visiere ("peaks" in inglese") dei loro cappelli, e che utilizzassero appunto i copricapi come un'arma per sfregiare, accecare e uccidere. Non si sa se sia vero oppure no, di certo invece c'è che la gang aveva uno stile d'abbigliamento assolutamente peculiare: i membri erano immediatamente riconoscibili per il fatto di indossare berretti, cravatte, soprabiti lunghi e bantaloni stretti, un vestiario sicuramente elegante che non passava inosservato. Anche le loro donne amavano vestire bene, adornandosi con perle e merletti. Il termine "Peaky Blinders", a quanto pare, divenne così famoso da passare dall'indeficazione una specifica gang a tutte quelle che in quel periodo infestavano Birmingham. 

 Nella foto: i veri Peaky Blinders

La serie inizia con i tre fratelly Shelby che ritornano in Inghilterra dopo aver combattuto la guerra. Tommy (Cillian Murphy), Arthur (Paul Anderson) e il giovane John (Joe Cole), vogliono rimettere insieme la gang e impadronirsi del racket delle corse di cavalli a Birmingham. In una città cupa, crepuscolare, pericolosissima, scossa da tumulti anarchici e comunisti, aiutati dalla risoluta zia Polly (una bravissima e intensissima Helen McCrory), i tre innescheranno una spirale di violenza che li porterà a scontrarsi con le altre gang che lottano per lo stesso obbiettivo, finendo inevitabilmente con il fronteggiare organizzazioni più grosse e potenti di loro, prima tra tutte l'I.R,A. Nella seconda stagione faranno il passo più lungo della gamba, spinti da una sete di potere che li inebria come un liquore cattivo, e la guerra per la supremazia raggiungerà vette di brutalità senza pari, degenerando in un fiume di sangue da cui nessuno potrà salvarsi.

I personaggi di questa serie sono molto ben caratterizzati. Tommy è il deus ex machina, il protagonista, la mente che muove tutto. Intelligente, freddo, divorato da un'ambizione senza fine, ricorda per molti aspetti l'Enoch Thompson di Boardwalk Empire. Però Tommy non è un senatore, è nato nei sobborghi lerci di Birmingham e invece di avere scagnozzi che gli fanno il lavoro sporco se la sbriga in prima persona, rischiando la pelle in ogni occasione. I suoi sentimenti sono morti, Tommy vive per questo sogno di dominare Birmingham e diventare il re della strada, tutti lo temono ma pochi lo amano, e quelli che sono amati da lui sono anche di meno. Le cose cambieranno quando incontrerà una donna che manderà in pezzi le sue sicurezze. Sarà in quel momento che il duello tra lui e l'ispettore Campbell (Sam Neill) si sposterà da un piano meramente "professionale" (criminale contro poliziotto) a quello personale di rivali in amore. 

Sam Neill, dicevo. Grandissimo attore, grandissimo il personaggio che interpreta. Campbell è un uomo patetico, viscido, che nasconde tutte le sue insicurezze e le sue frustrazioni dietro la facciata di uomo di legge esemplare. E' un cattivo di quelli veri, con molte sfumature, tratteggiato davvero alla grande e capace di una comicità involontaria che strapperà molte risate. La guerra personale che ingaggia con Tommy può finire solo con la morte di uno dei due. La brama di prevaricare, la malvagità, l'odio che li avvelena è uno degli aspetti più spaventosi della natura umana. Altro che i cani di Ballycoolin.

Arthur, dal canto suo, è pazzo. Gli orrori visti in guerra lo hanno trasformato in un animale capace di comunicare ciò che sente solo attraverso la violenza, uccidere è ormai l'unica cosa che sa fare e per tenere a bada i suoi demoni spegne decine di vite. Ma non è cattivo. E' solo disturbato. Arthur Shelby è la prova di quanto la guerra possa far male a chi vi sopravvive, trasformando un essere umano in un mostro che si porta dietro i suoi fantasmi con la consapevolezza di doverci convivere per sempre. Arthur è la perfetta controparte di Tommy. Laddove l'uno è bestiale, istintivo, esagerato in ogni cosa, l'altro è calcolatore, gelido, misurato. Il loro rapporto è ben sviluppato nella serie, finendo con l'essere un altro dei molti punti di forza dello show. 

Un plauso alle musiche e alla regia, anche: la colonna sonora rock dona alle risse e agli ammazzamenti un gusto davvero particolare, mentre la camera compie ogni tanto evoluzioni che ci presentano la scena in una versione moderna da "videoclip" che onestamente ho molto gradito. La regia e le musiche lasciano dunque la loro impronta conferendo un valore aggiunto alla sceneggiatura, il che è un bene perché c'è sempre da esser contenti quando chi sta dietro a una produzione non si limita a fare il minimo sindacale. 

Consigliato. Molto. Peaky Blinders è un'epopea britannica di inizio '900 che soddisferà gli amanti di Gangs of New York e Boardwalk Empire, una serie tecnicamente valida e ben pensata, con ottimi attori. 

Credo sia tutto per oggi. 
E ora scusatemi, ma devo vestirmi, prendere la mazza da baseball e uscire. Ho promesso a Papà Coniglio che l'avrei aiutato a difendere la sua famiglia dai cani. 
Ci sarà del sangue, oggi, sull'erba di Ballycoolin.


giovedì 12 marzo 2015

"Blindness" di José Saramago

Ci sono delle cose in ballo, ed è un bene. Cose in ballo nella mia vita che si svolge nel mondo fuori, coinvolgendo gli altri esseri umani, e in quella che continua nella mia testa, le solitarie speculazioni e battaglie contro i mulini a vento e sogni e seghe mentali che danno all'esistenza un motivo per essere portata avanti. Ne parlerò forse più in là, per ora voglio solo dire che va bene così. Mi ero posto degli obbiettivi, pian piano alcuni sono in via di raggiungimento, altri sono solo in embrione ma con il tempo potrebbero realizzarsi, io non ho fretta. La fretta non è mai una buona amica, bisogna fare le cose un passo alla volta. 





Una delle cose di cui sono contento è che sono tornato a leggere parecchio. Leggo libri horror e libri thriller, libri brutti e libri fantstici, libri che nessuno conosce e libri che sono dei classici senza tempo che ognuno, nella sua vita, dovrebbe leggere per provare emozioni, riflettere, arricchirsi un po' dentro perché sono dei piccoli tesori. Uno dei libri appartenenti a quest'ultima categoria è Blindness (Cecità nella versione italiana), del premio Nobel José Saramago. Saramago risulta subito simpatico per il fatto di non aver peli sulla lingua; dall'alto di una cultura sopra la media e di un'esperienza consolidata nello studiare i fenomeni dell'esistenza umana non ha remore nell'emettere duri giudizi sul mondo contemporaneo e non gliene frega nulla di restare in una posizione neutra, piuttosto dice quello che pensa. Ecco un estratto di una sua intervista rilasciata nel 2009 a El Pais, intitolata "La cosa Berlusconi":

"Non vedo come al­tri­menti la po­trei chia­mare. Una cosa pe­ri­co­losa, una cosa che or­ga­nizza fe­ste e orge. Que­sta cosa, que­sta ma­lat­tia, que­sto vi­rus mi­nac­cia di co­sti­tuirsi come la morte mo­rale del paese di Verdi se un ri­gur­gito pro­fondo non verrà dalla co­scienza de­gli Ita­liani prima che il ve­leno non cor­rompa le vene e non atro­fizzi il cuore di uno dei paesi eu­ro­pei più ric­chi di cultura."

 Mitico, José! Purtroppo sono passati sei anni e siamo messi peggio di prima...

Blindness è forse il romanzo più celebre di Saramago, ed è un romanzo che va letto. La trama, semplice quanto funzionale all'intento dell'autore, è questa: un giorno, senza alcuna ragione apparente, l'umanità diventa cieca. Si tratta di una cecità strana, totalmente bianca, che si stende davanti alle palpebre di chi ne è colpito come un'alba eterna. Il governo non sa assolutamente cosa fare e reagisce nell'unico modo che da sempre conosce: la repressione. I ciechi vengono internati in prigioni e altri luoghi atti alla detenzione mentre l'epidemia si propaga, con il passare del tempo anche gli esponenti delle istituzioni perdono la vista e il mondo precipita nel caos assoluto. La lotta per la sopravvivenza regredisce ai livelli della preistoria e i più elementari principi morali si sciolgono come neve al sole di fronte alle più pressanti necessità del corpo. Il romanzo segue le vicende di un gruppo di ciechi, tra i primi a essere colpiti dal "Male Bianco": c'è il primo uomo a essere divenuto cieco, c'è un vecchio con una benda sull'occhio, c'è un oculista, ci sono una bellissima prostituta e un ragazzino che ha perso la madre. Tutti sono guidati dalla moglie dell'oculista, unica superstite alla cecità, l'unico paio d'occhi ancora funzionanti in tutto il pianeta.


Prima osservazione: lo stile e la forma. Saramago se ne sbatte abbastanza delle convenzioni strutturali in letteratura, utilizzando un dialogo che definire "libero" è ancora poco. Le frasi dei protagonisti non sono segnate da virgolette né separate dagli "a capo", fluiscono nel testo assieme al resto e sono solo delimitate da virgole e lettere maiuscole. Conferiscono ai dialoghi una natura caotica, incalzante, convulsa, come se il parlare dei ciechi fosse diverso da quello di chi ci vede. Come se i ciechi avessero perduto la capacità di riconoscere le pause, le intonazioni, le regole stesse dell'atto comunicativo. Eppure sono dialoghi che possiedono una carica emotiva fortissima, spesso poche parole ci svelano un aspetto fino ad allora sconosciuto di un personaggio, ce lo fanno vedere sotto una luce differente e amare di più. Non ci sono descrizioni fisiche in Blindness: il corpo non ha più alcuna importanza in un mondo di ciechi, ognuno è diventato la propria voce, null'altro. Udito, tatto, gusto e olfatto devono sostituire la vista, il senso forse più immediato e importante nell'esistenza umana. 

La perdita della vista è la perdita della capacità di essere umani. Blindness è la storia della fine della civiltà, raccontata in una città senza nome attraverso le vicende di personaggi senza tratti somatici, identificati non per il loro nome proprio ma solo attraverso aggettivi e sostantivi (Il Primo Cieco, Il Vecchio con la Benda, Il Ragazzino Strabico, La Moglie Dell'Oculista ecc.). Lenta, ineluttabile, tragica, quest'Apocalisse procede spazzando via i corpi e le anime delle persone, conducendole a una morte miserabile, ma non prima di averle private della loro stessa umanità. Nel manicomio dove i protagonisti saranno rinchiusi assistiamo a ogni genere di violenza e atto aberrante: presa coscienza della loro condizione, intrappolati in un luogo presidiato da soldati terrorizzati dal contatto con questa misteriosa malattia che sembra trasmettersi se anche solo un cieco posa su di te gli occhi, i malati si abbandonano ai più bassi istinti. Il concetto di igiene è uno dei primi a cadere, poi vengono quelli della solidarietà e del rispetto, fino ad arrivare inevitabilmente all'indifferenza nei confronti della sacralità stessa della vita. Il cibo, solo questo importa. Per il cibo si uccide, per il cibo si ruba, e chi possiede il cibo può dettare legge, può decidere cosa chiedere in cambio, come un re con i propri sudditi. 

Si tratta di un'escalation di violenza, soprusi e situazioni disgustose al limite del sopportabile, roba mille volte più sconvolgente di qualsiasi romanzo zombie. Gli odori nauseabondi di cessi tappezzati di merda e urina vi condurranno attraverso corridoi in cui giacciono cadaveri dimenticati che marciscono poco a poco, mentre i ciechi si muovono come ragni disorientati lungo il bordo dei muri, nel tentativo di ritrovare la strada per la camerata in cui sono internati. 

La paura regna sovrana: paura di morire di fame, paura di essere uccisi per un tozzo di pane, paura dei soldati di venire contagiati, cui reagiscono sparando a vista a qualsiasi cieco. La paura annichilisce ogni altro sentimento, scatena la violenza, riduce l'uomo a una bestia che per timore d'essere sopraffatta attacca, oppure paralizza i più deboli condannandoli a morte certa. Tutti hanno paura in questo libro, anche quelli che sembrano detenere un qualche potere non sono che una manifestazione differente di un terrore a cui non si può sfuggire, il terrore di chi ha perso la vista e sa che là fuori non c'è più nessuno che possa fare qualcosa, perché tutti, uno dopo l'altro, stanno diventando ciechi. 

In questo inferno i protagonisti sono gli unici a cercare di restare umani. Provano a organizzarsi, seppelliscono i loro morti, razionano il cibo. A guidarli, come fossero bambini o minorati mentali, è la moglie dell'oculista, l'unica in grado di vedere. La moglie dell'oculista è il martire che si immola sull'altare del sacrificio (fisico, morale e spirituale) per permettere agli altri di continuare a vivere, fosse anche solo per un altro giorno. Eroica, non ci sono altre parole. Soffre più di chiunque altro, si abbassa a umiliazioni innominabili, rischia la vita più volte solo perché sente che è giusto, che la sua condizione privilegiata (la sua maledizione) le ha conferito la responsabilità di doversi occupare di suo marito e degli altri. Non cederà, nemmeno quando il gruppo sarà ridotto a un pugno di individui scheletrici, puzzolenti, sporchi e sconfitti nella mente e nel corpo dal prolungato digiuno. Grazie alla sua vista, che più volte si pentirà di aver conservato per lo scherzo crudele di un Dio cui ormai nessuno più crede, sarà testimone della morte degli innocenti e ei colpevoli, delle brutalità più efferate che si possano immaginare, vedrà il sesso passare da rimedio contro la disperazione a mera merce di scambio, per poi tornare a essere espressione di un amore che nonostante tutto, come un filo d'erba nel ghiaccio, continua a esistere. Sarà la moglie dell'oculista a pagare il prezzo più alto, nel libro. Morire dentro, e vivere nonostante tutto per una missione che nessuno le ha affidato, decisa fino all'ultimo a proteggere gente che a stento conosce e che è comunque condannata a morire. 

Blindness vi potrà deludere nel finale se siete di quelli che cercano la spiegazione. Il romanzo segue solo in parte la struttaura classica della fabula (rottura dell'equilibrio/complicazioni/scioglimento), ma vuole essere (ed è) uno sguardo sulla natura umana. La cecità è un espediente utilizzato da Saramago per scandagliare gli aspetti migliori e quelli peggiori del nostro essere più intimo, quelli che vengono a galla solo in situazioni estreme, che ci portano a rivelarci per gli animali che siamo. In questo, Blindness è un capolavoro, un disperato atto d'accusa contro la nostra natura abbietta e un appassionato grido d'amore verso il bene che nonostante tutto siamo in grado di attingere dai più reconditi recessi della nostra coscienza perfino quando ogni speranza si è spenta. Un libro da leggere senza se e senza ma, per riflettere su ciò che siamo e ciò che potremmo essere. Compratelo, divoratelo, conservatelo e poi rileggetolo di nuovo. Il Male Bianco potrebbe colpirvi domani, e allora avreste perso un'opportunità veramente preziosa. 


giovedì 5 marzo 2015

Rectify - Una storia di rinascita

In 'sto periodo non ho tempo. Non ho tempo per scrivere questo blog, scrivere il romanzo horror/trash/storico/mashup/splattergore che ho iniziato, scrivere negli spazi bianchi di un modulo che devo inviare all'ambasciata per dirgli che le mie tasse le pago già in Irlanda e che col cazzo che le pagherò anche in Italia. Ci provano, loro, a tassarti il lavoro all'estero, ché per fare cassa va bene tutto.

Non ho tempo per cucinarmi un pranzo decente, per pulire casa, non ho tempo per trovarmi una ragazza né per comprarmi i vestiti, ho poco tempo per leggere e meno ancora per guardare serie TV. Non ho tempo per un cacchio di niente, eppure trovo il tempo per tutto. Dormendo lo stretto necessario, mangiando il tanto che basta e capitalizzando al massimo i giorni liberi riesco a scavarmi nicchie di prezioso tempo libero per portare avanti le mie passioni e concedermi i piaceri che distinguono il lavorare per vivere dal vivere per lavorare, così che quando me ne vado a letto non sono quasi mai insoddisfatto della giornata trascorsa. Cazzo, se ne avevo di tempo libero in Italia. Però non lo sfruttavo bene come adesso. Non era qualcosa che avesse un valore, perché era troppo. Adesso è diverso. Ed è meglio. Adesso ogni pagina scritta, ogni capitolo letto, ogni puntata guardata e ogni birra bevuta acquistano uno spessore diverso, non è facile spiegarlo ma è così. Bene, questo per dire che non ho tempo. Ma chi ce l'ha? Nessuno. E allora basta, parliamo d'altro.



A voi sociopatici che leggete questo blog oggi voglio consigliare qualcosa di diverso dal solito ammazza/scopa/vai avanti, vi voglio parlare di Rectify. Si tratta della prima serie prodotta dall'americana Sundance TV, creata da Ray McKinnon e trasmessa finora in due stagioni. Una serie statunitense atipica, di sicuro valore, perfetta per un intermezzo “serio” tra la prima stagione di Z Nation e l'ultima di Hell on Wheels.

 
Rectify segue le vicende di Daniel Holden (interpretato dal bravo Arden Young), che all'età in cui i teenager normali fumano le prime canne e si preparano per il college viene ficcato nel braccio della morte con la condanna infamante di aver violentato e ucciso Hanna, la sua fidanzatina. In carcere, attendendo l'esecuzione, Daniel ci passa diciannove anni, fino al giorno in cui il suo avvocato riesce a ribaltare la sentenza e a farlo tornare libero. È un momento di gioia, ma il difficile arriva adesso. Daniel ha omai quarant'anni e ha perso il contatto con la realtà, il mondo fuori dalla galera è andato avanti senza di lui. Sono cambiati la tecnologia, l'abbigliamento, il modo di intendere i rapporti sociali. Daniel deve recuperare diciannove anni di nulla, scrollarsi di dosso gli orrori visti in carcere, fare i conti con un passato che non ricorda del tutto e spaccare il guscio di cui ha ricoperto i suoi sentimenti per non impazzire.



Non finisce qui. Non può essere così facile. Daniel torna alla sua casa nella cittadina di Paulie, in Georgia, dove tutti si ricordano di lui e dove molti avrebbero preferito vederlo morire nella camera a gas. Alcuni sono genuinamente convinti che sia il colpevole di quell'omicidio, altri di un colpevole hanno bisogno per mettere a tacere il passato o costruirsi una carriera politica. Daniel finisce nelle mire di molti nemici: l'ambiguo Trey (Sean Bridges), che nasconde un aberrante segreto, il meschino senatore Foulkes (Michael O'Neil) che ha fondato la sua scalata al potere sulla sua accusa di colpevolezza, il fratellastro Ted Junior (Clayne Crawford) che è geloso di tutte le attenzioni riservategli. Ben presto diventerà chiaro che a Paulie, quella notte di diciannove anni fa, è successo qualcosa di orribile, ma la verità sarà dura da riportare a galla, anche perché Daniel è più interessato a riprendersi la sua vita che a rivangare il passato.

 Daniel Holden. Un personaggio che, come i suoi familiari, faremo fatica a comprendere a causa dei suoi silenzi e della sua incapacità di relazionarsi col prossimo, salvo poi affezionarci inevitabilmente a lui



Rectify è una storia di rinascita. Faticosa, lenta, dolorosa rinascita. Daniel è un deficiente emozionale. Il braccio della morte lo ha lasciato incapace di esprimere ciò che prova, e questo non lo aiuta nel ricostruire i rapporti con la sua famiglia. La madre Janet (una bravissima Jean Smith Talbot, che si rilancia dopo quella cagata di True Blood) , che dopo la morte del primo marito si è risposata, lo ama più di qualsiasi altra cosa al mondo, ma non sa come prenderlo. Il patrigno Ted (Bruce McKinnon) è un gran brav'uomo, ma non ha idea di come trattare questa specie di bambinone dallo sguardo sperduto. Ma è nel rapporto con sua sorella minore Amantha (una strepitosa Abigail Spencer) che questo sofferto percorso di ritorno alla vita tocca il punto più alto. Immaginate una bambina che si vede portare via il fratello maggiore dalla polizia, con l'accusa di essere un assassino, e che cresce nel suo mito, il mito di questo ragazzo che sa di amare ma che in realtà non ha mai conosciuto. Amantha ha speso gli ultimi diciannove anni in una lotta senza tregua per liberare Daniel, e ora che lui è tornato lo difende dalle maldicenze e dagli assalti dela cittadina con la fierezza di una leonessa che darebbe la vita per i suoi cuccioli. Ma Amantha è anche una persona fragile e piena di insicurezze, e non le risulta facile continuare a combattere ora che Daniel è lì, ora che suo fratello non è più un'idea astratta da cullare nella sua mente, ma un essere umano pieno di problemi che a malapena parla e non sembra in grado di manifestare alcun sentimento. Un plauso a Abigail Spencer, una gran prova in questa serie TV.



Brava e bella, Abigail 
 
Rectify è anche una denuncia della pena di morte. Lo svolgersi degli eventi presenti è alternata da flashbacks della vita di Daniel nel braccio della morte, ed è qui che capiamo come il ragazzo abbia dovuto costruirsi un'armatura di insensibilità per evitare di spezzarsi, di cedere sotto il peso di una vita che in realtà non è vita, ma mero susseguirsi di giorni inutili tutti uguali a se stessi. Il braccio della morte ti fa questo: non è la camera a gas il peggio, è l'attesa. I mesi e gli anni che passano con la consapevolezza che la fine è già scritta sono qualcosa che ti uccide lentamente mentre sei ancora vivo, fino a quando l'esecuzione ti appare come un dono, una liberazione da un'esistenza inutile e grottesca. Daniel ne passa tante in carcere, ma riesce a non cedere. Aiutato dal galeotto Kerwin (Johnny Ray Gill) fa in modo di ricrearsi un mondo all'interno della propria mente dove l'orrore del carcere non può raggiungerlo, trova in se stesso la forza per non uccidersi, non impazzire, non rifugiarsi nella facile scappatoia dei farmaci che fanno dormire. Ne esce più forte, ma totalmente disadattato. Rectify è la storia di come tornerà a essere un uomo dopo che la legge, la sfortuna e il destino hanno ucciso il ragazzino che era.



Consiglio questa serie a chi vuole riflettere ed emozionarsi, a chi un po' si è stufato delle molte serie TV incentrate sull'azione e cerca un diversivo non banale. Una serie dal ritmo non certo frenetico, dove a farla da padrone sono i dialoghi e i rapporti tra i personaggi, ma non priva di mordente grazie soprattutto al mistero della morte di Hanna che pian piano si dipana gettando ombre sporche sulla facciata di perbenismo della cittadina in cui Daniel vive. Rectify è alla soglia della terza stagione, ed è una serie TV onesta e pregna di significati, densa di umanità e capace di evitare stucchevoli sentimentalismi grazie a una sceneggiatura e una costruzione dei personaggi che predilige il realismo delle relazioni umane alla lacrima facile a tutti i costi. Bello, diverso, per certi versi poetico. Un piccolo gioiellino, sperando che sia solo l'inizio di una fruttuosa serie di produzioni della Sundance.


Alla prossima, gente. Ci rileggiamo appena ho un po' di tempo.